La Corte di Cassazione ha messo il sigillo definitivo sulla vicenda giudiziaria di Leone Soriano, 59 anni, elemento di vertice dell’omonimo clan di Pizzinni di Filandari, nel Vibonese. I giudici della Suprema Corte hanno dichiarato inammissibile il ricorso straordinario presentato dalla difesa contro la precedente sentenza del gennaio 2025. Con questa decisione, diventa irrevocabile la condanna a 20 anni di reclusione già inflitta dalla Corte d’Appello di Catanzaro nell’ottobre 2022. Il pronunciamento chiude un complesso percorso processuale che ha visto il boss passare dalla condanna di primo grado, fissata a 18 anni e 11 mesi, a un inasprimento della pena nel successivo grado di giudizio.
Le accuse: dal narcotraffico all’associazione mafiosa
Il castello accusatorio, costruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, poggiava su ben 37 capi d’imputazione contestati al solo Leone Soriano. Le indagini, condotte sul campo dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Vibo Valentia, hanno delineato il profilo di un promotore di associazioni a delinquere finalizzate sia al controllo mafioso del territorio sia al traffico di sostanze stupefacenti. Le prove raccolte nell’ambito delle storiche operazioni “Nemea” e “Rinascita Scott” hanno permesso di ricostruire la struttura gerarchica della cosca e le sue ramificazioni criminali nella provincia di Vibo Valentia.
Equilibri criminali e controllo del territorio
La sentenza definitiva fotografa una realtà criminale dinamica e conflittuale. Leone Soriano è stato riconosciuto come figura apicale di un sodalizio che per anni ha cercato di mantenere e riaffermare la propria autonomia operativa. Tale ascesa si è inserita in un contesto di accesa contrapposizione con altre realtà di primo piano della ‘ndrangheta vibonese, segnatamente le cosche Mancuso di Limbadi e Accorinti di Zungri.









