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5 Aprile 2026
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Vibo Marina e il modello Bilbao, la verità che nessuno dice: senza visione la delocalizzazione non serve a nulla

Ecco perché non basta spostare i depositi per cambiare il destino di un territorio. A Vibo si gioca una partita molto più grande: scegliere cosa diventare nei prossimi 30 anni. E senza una visione chiara, il rischio è restare fermi

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Il rinnovo della concessione ai depositi costieri nel porto di Vibo Marina ha riacceso il dibattito pubblico sul futuro della frazione marinara. Gli annunci e le smentite sulla delocalizzazione in 4 anni, seppur da verificare, aprono una fase nuova, spostando il confronto dal “se” al “come”. Ne parliamo con Nicola Durante, esperto di marketing territoriale e sviluppo locale, per spostare l’attenzione dalla polemica alla visione strategica di lungo periodo.

Il rinnovo della concessione ha riaperto nelle ultime settimane un confronto acceso. È davvero questo il punto centrale?

“Il rinnovo ha sicuramente riacceso un dibattito che ciclicamente ritorna: industria o turismo, sviluppo energetico o vocazione diportistica, continuità o trasformazione. La questione vera non è mai stata l’atto amministrativo in sé, né la polemica che inevitabilmente lo accompagnava. Il nodo centrale è un altro: che futuro vogliamo per Vibo Marina nei prossimi trent’anni? Le concessioni passano, le amministrazioni cambiano, ma le scelte strategiche, quelle che definiscono la funzione dominante di un territorio, restano”.

Alla luce delle ultime notizie, tra annunci e smentite riguardo la delocalizzazione, come cambia il dibattito sul futuro del porto?

“Non avendo contezza degli atti ufficiali, fare il quadro della situazione non è semplice. Le notizie emerse nelle ultime settimane, tra l’impostazione di una fase di valutazione da parte dell’Autorità e la posizione del concessionario, hanno sicuramente modificato il piano del dibattito. Quello che è certo è che non siamo più davanti solo a un confronto tra posizioni contrapposte, ma all’apertura di una fase in cui il tema della delocalizzazione è entrato nel dibattito pubblico, pur in assenza di una posizione condivisa. La domanda non è più quindi solo se trasformare il porto, ma come farlo. Ed è proprio qui che emerge il punto centrale: senza una visione chiara, anche una decisione significativa rischia di non produrre effetti strutturali nel tempo.”

Vibo Marina è un porto con identità diverse. È un limite o una risorsa?

“Vibo Marina oggi è una realtà complessa: porto commerciale, sede di attività industriali, approdo turistico, punto di riferimento per la nautica da diporto. È un waterfront con un potenziale ancora inespresso. Negli ultimi anni ha dimostrato di poter attrarre imbarcazioni di alto livello grazie alla posizione strategica, ai servizi e ai costi competitivi. Allo stesso tempo, continua a svolgere una funzione energetica e logistica consolidata. Il punto non è contrapporre industria e turismo in modo ideologico. Il punto è capire quale funzione debba diventare centrale e trainante nel lungo periodo, diciamo che diversi decenni di vocazione industriale pongono oggi una riflessione sul modello di sviluppo complessivo. Un territorio può convivere con più vocazioni, ma non può crescere davvero senza una gerarchia chiara delle proprie priorità.”

Si parla spesso di “puntare sul turismo”, è tutto qui?

“Il turismo non è una formula magica. Turismo significa infrastrutture adeguate, waterfront accessibile e coerente, servizi, qualità urbana, identità riconoscibile. Significa attrarre investimenti compatibili con la visione scelta. E soprattutto significa coerenza. Non basta dichiarare una vocazione: bisogna pianificarla, proteggerla e sostenerla nel tempo. Senza questa coerenza, ogni parola resta uno slogan. Ogni territorio costruisce nel tempo una propria identità economica e simbolica. Ma l’identità non nasce dalla comunicazione: nasce dalla funzione. Il marketing territoriale non è promozione, è prima di tutto definizione chiara di cosa un luogo decide di essere. Solo dopo si racconta.”

In questo scenario, la delocalizzazione è sufficiente per avviare una trasformazione?

“No, è una condizione necessaria, ma non sufficiente, più precisamente, è il punto di partenza. La delocalizzazione libera spazio, ma lo sviluppo nasce da cosa si decide di fare di quello spazio. Senza un progetto, una governance e una visione, il rischio è sostituire un vuoto con un altro vuoto.”

Cosa suggerisce per questo futuro invocato da tutti per Vibo Marina?

“Direi di guardare a Bilbao, che è un esempio di trasformazione guidata da una visione chiara e questo è esattamente il momento in cui il paragone diventa interessante. Negli anni Settanta e Ottanta la città basca era in crisi profonda: declino industriale, disoccupazione, un fiume tra i più inquinati d’Europa. Oggi l’industria pesa ancora per circa il 25% del PIL locale, il PIL pro capite supera i 41.000 euro e il Guggenheim attira oltre 1,3 milioni di visitatori l’anno, generando centinaia di milioni di euro di impatto economico. Il museo non è stato il miracolo, ma è stato il catalizzatore di una trasformazione già pianificata: bonifica delle aree industriali dismesse, riorganizzazione delle infrastrutture, spostamento progressivo delle funzioni portuali incompatibili con il centro urbano, creazione di una cabina di regia condivisa.
Non un progetto isolato, ma una strategia coerente.”

Vibo Marina può davvero ispirarsi a quel modello?

“Non si tratta di copiare Bilbao, Vibo Marina ha una scala e un contesto diversi, il punto è comprendere il metodo. Bilbao ha scelto che tipo di città voleva diventare. Ha accettato di ripensare alcune funzioni, ha investito sulla riqualificazione del waterfront, ha trasformato aree dismesse in valore urbano e ha perseguito quella visione con continuità. Ogni territorio ha caratteristiche proprie, ma tutti hanno bisogno di una direzione chiara.”

Quando si parla di delocalizzazione, si entra inevitabilmente in un terreno delicato. Come lo affronta?

“La questione non è “contro” qualcuno. Parlare di delocalizzazione non significa essere contro l’industria o il concessionario. Significa ragionare sull’assetto più efficiente delle funzioni nel territorio. Un’attività industriale può continuare a generare occupazione e valore anche in una collocazione diversa, più coerente con una strategia di lungo periodo. Allo stesso tempo, un porto turistico o un waterfront non possono crescere davvero se convivono con elementi percepiti come incompatibili. Non è una battaglia identitaria. È una scelta di pianificazione e ogni scelta comporta costi, tempi e responsabilità”.

In definitiva, qual è la vera domanda che Vibo Marina dovrebbe porsi oggi?

“Oggi per Vibo Marina si apre una fase importante. Al di là delle ipotesi e delle posizioni in campo, la vera sfida non è la singola decisione, ma la capacità di costruire una visione coerente nel tempo. Non basta discutere se cambiare: diventa necessario capire come e se questo cambiamento sia realmente realizzabile. La trasformazione non nasce dal conflitto, ma dalla chiarezza. Non basta un progetto iconico, serve una sequenza coerente di decisioni. Così come alle dichiarazioni d’intenti, bisogna collegare la volontà di perseguire una visione anche quando è complessa. Vibo, città e provincia, ha davanti una scelta che non è amministrativa, ma culturale. Lo sviluppo non arriva per inerzia. I territori si trasformano quando una comunità sceglie una direzione, accetta le conseguenze e la persegue con coerenza.
Bilbao lo ha fatto. La domanda vera quindi, è se Vibo Valentia per Vibo Marina sia pronta a fare lo stesso”.

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