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8 Aprile 2026
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Calabria
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Bivona, il litorale del degrado: la località balneare di Vibo abbandonata a se stessa (FOTO)

Strutture pericolanti, strade senza targa, macchinari arrugginiti e un lido fantasma. A poche settimane dall'estate, il volto nascosto di una delle marine più frequentate del Vibonese

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C’è qualcosa di grottesco nel contrasto che si apre davanti agli occhi di chi percorre la spiaggia di Bivona in queste mattine di aprile. Alle spalle, il Tirreno esibisce tutto il suo impudente splendore — acqua cristallina, sabbia bianca, cielo senza una nuvola. Di fronte, il terrazzino della Marinella si sgretola in silenzio, con la copertura divelta che pende verso il basso come la lingua di un animale esausto.

Non è solo brutto. È pericoloso. Le lamiere contorte sporgono verso il camminamento di sabbia, i pannelli bianchi sono in parte crollati, e la struttura in calcestruzzo — rosata di ossidazione, ricoperta di graffiti — mostra crepe che nessun occhio tecnico ha evidentemente ritenuto urgenti. Eppure basterebbe poco, sostengono i residenti. Una semplice richiesta del Comune all’Autorità Portuale, un atto amministrativo di ordinaria collaborazione istituzionale, potrebbe trasformare questa rovina in un’area attrezzata, un pergolato, un’oasi ombreggiata a due passi dall’acqua. Invece è lì, ferma nel tempo, a fare da biglietto da visita a una delle marine più frequentate del Vibonese.

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La Tonnara: il cortile della vergogna e i vetri rotti nel silenzio

Spostandosi verso l’interno, il paesaggio non migliora. Il retro della Tonnara di Bivona — struttura storica che porta con sé il peso di una memoria produttiva ormai lontana — si presenta come un cantiere mai iniziato e mai finito. Il lastricato del cortile, rifatto con materiali nuovi che stonano con il contesto, si interrompe bruscamente davanti a quella che appare essere una proprietà privata: un confine opaco, mai chiarito, che taglia in due la continuità degli spazi e lascia l’utente pubblico con la sensazione di camminare in un luogo a cui non appartiene.

Ma è la facciata del fabbricato a raccontare di più. Un paio di finestre mostrano ancora i vetri frantumati, schegge congelate nel tempo come se l’evento che le ha rotte fosse accaduto ieri, anche se è chiaro che nessuno ha messo mano alla struttura da anni. Il sole del mattino illumina quei buchi con una crudeltà quasi teatrale. Non ci sono transenne, non ci sono segnalazioni di pericolo. C’è solo l’abbandono, vestito da normalità.

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Via delle Barche: il marciapiede nuovo e la targa che non si trova

Poi c’è Via delle Barche, e qui la storia prende una piega quasi surreale. La strada è stata di recente dotata di un marciapiede nuovo, in mattoni rossi, che corre ordinato lungo il lato sinistro della carreggiata. Un segnale di cura, si potrebbe pensare. Se non fosse che la strada in questione è un imbuto: unico senso di percorrenza, spazio ridotto, visibilità compromessa dalla vegetazione che avanza dai lotti privati.

Ma il dettaglio che lascia senza parole è un altro. Via delle Barche è, a quanto risulta, l’unica via d’Italia la cui targa stradale non delimita la via pubblica, bensì si trova all’interno di un cortile privato. Non è una leggenda urbana: chiunque provi a cercare il segnale che ne indica l’inizio si trova a dover entrare in una proprietà privata per trovarlo. Un’anomalia urbanistica degna di un manuale del paradosso burocratico meridionale, che da sola la dice lunga sullo stato della pianificazione territoriale in questa frazione.

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Il lido fantasma, l’aratro arrugginito e il campetto scollato

Il capitolo finale di questo giro tra le vergogne di Bivona si consuma proprio lungo Via delle Barche, in uno spazio che sintetizza tutto quello che non va. Da un lato, una maestosa villa privata ben tenuta, con cancello curato e giardino rigoglioso. Dall’altro, in un’area che dovrebbe essere il cuore dell’accoglienza balneare, si apre uno scenario da film post-apocalittico.

C’è il garage-pattumiera dell’ex Corap, con la saracinesca sfondata che lascia intravedere un interno di lamiera e abbandono. C’è un trattore arrugginito — quello che un tempo avrebbe dovuto lavorare la spiaggia o sistemare l’arenile — abbandonato nell’erba alta davanti a quella che un insegna sbiadita indica ancora come “Lido Bar Sport Show Cafè”: le lettere blu su fondo bianco, stoicamente in piedi, mentre tutto intorno racconta di una stagione finita e mai ripresa. E c’è, pochi metri più avanti, un campetto da calcio con il manto sintetico scollato, sollevato dal terreno come la pelle bruciata di una cicatrice, pericoloso per chiunque ci metta piede.

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Bivona merita altro

Bivona non è una borgata dimenticata ai margini del nulla. È una località balneare di Vibo Valentia, con uno dei tratti costieri più belli della Calabria, una tradizione turistica che potrebbe essere molto di più, e un patrimonio paesaggistico che la natura ha consegnato gratuitamente e che l’uomo ha sistematicamente trascurato.

Quello che emerge da questo reportage fotografico — scattato in una mattina qualunque di aprile, a poche settimane dall’apertura della stagione estiva — non è la scoperta di un problema nuovo. È la fotografia di un’inerzia strutturale che dura da anni. Strutture pubbliche pericolanti, beni storici abbandonati, anomalie urbanistiche mai sanate, aree di accesso al mare lasciate al degrado a pochi metri da proprietà private splendidamente curate. La domanda che resta in sospeso, mentre si rimettono in tasca le chiavi della macchina e si torna verso il centro di Vibo, è semplice: chi è responsabile di questo stato di cose, e quando intende fare qualcosa?


Le fotografie che accompagnano questo servizio sono state scattate il 6 aprile 2026

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