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8 Aprile 2026
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Gratteri bacchetta politica e governi e avverte il campo largo: “Quei No non sono tutti del centrosinistra”

Il procuratore capo di Napoli torna sul referendum e invita la politica alla prudenza. Nel suo intervento a La7 mette in guardia il centrosinistra da letture affrettate del voto

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Nessuna lettura trionfalistica, né da una parte né dall’altra. Nicola Gratteri interviene sul risultato del referendum e invita la politica a evitare interpretazioni affrettate, soprattutto sul significato del voto contrario espresso da milioni di italiani.

Ospite della trasmissione Otto e mezzo su La7, il procuratore capo di Napoli ha rivendicato la tenuta mostrata nei mesi più difficili della campagna referendaria, ma ha anche lanciato un messaggio preciso sia all’opposizione sia alla maggioranza di governo.

“Dal referendum sono uscito più forte”

Gratteri ha raccontato di avere vissuto quei mesi come un banco di prova anche personale, segnato da forti pressioni mediatiche e politiche. “Dal referendum sono uscito più forte e più sicuro”, ha dichiarato, spiegando che quell’esperienza gli avrebbe lasciato molto soprattutto sul piano umano.

Il magistrato ha parlato di un periodo caratterizzato da attacchi quotidiani sui giornali e in televisione, ma ha anche sottolineato come proprio in quel clima abbia percepito una forte vicinanza da parte di cittadini e colleghi.

Mi è servito a conoscere il genere umano, le persone che mi stanno attorno. Mi sono allenato a resistere allo stress”, ha detto, aggiungendo che il sostegno ricevuto avrebbe compensato l’intensità dello scontro pubblico.

Il plauso ai magistrati: “Hanno parlato con la gente”

Nel suo intervento, Gratteri ha anche evidenziato il comportamento tenuto da molti magistrati durante la fase referendaria, sottolineando il valore del confronto diretto con i cittadini. “È stato bellissimo vedere i colleghi magistrati che non si sono mai spinti oltre quello che gli compete uscire e parlare con la gente, incontrare le persone”, ha affermato.

Secondo il procuratore, il dibattito sviluppatosi attorno al referendum avrebbe contribuito a coinvolgere una parte significativa del Paese su temi cruciali per la giustizia e il funzionamento delle istituzioni.

L’avvertimento al centrosinistra: “Non tutti quei voti sono vostri”

Il passaggio politicamente più netto riguarda però l’interpretazione del voto. Gratteri ha criticato la lettura data da alcuni partiti del centrosinistra durante lo scrutinio, quando ancora il quadro non era del tutto definito. “Quando durante lo spoglio ho visto che a metà spoglio alcuni partiti iniziavano a dire ‘abbiamo vinto’ e a parlare di primarie, dicevo attenzione, state un po’ zitti!”, ha raccontato.

Per il procuratore, attribuire in blocco al centrosinistra il consenso raccolto dal fronte del No sarebbe una forzatura. “Tutti quei voti al No non sono al centrosinistra; ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra”, ha sottolineato. Un ragionamento che smonta l’idea di una vittoria politicamente intestabile a un solo schieramento e che, al contrario, suggerisce un voto molto più trasversale.

“Serve prudenza, non celebrazione”

Da qui l’invito alla cautela. Gratteri ha contestato il clima di autocelebrazione emerso in alcune aree politiche subito dopo il risultato referendario, ritenendolo poco aderente alla complessità del voto espresso dagli elettori. “Per mettersi a dire ‘abbiamo vinto’ ce ne vuole”, ha osservato, aggiungendo che il momento richiederebbe semmai equilibrio e responsabilità.

Per questo ha invitato tutti a non trasformare il referendum in una scorciatoia per battaglie interne o proiezioni elettorali immediate.

Il messaggio al governo: “Non conviene attaccare la magistratura”

Un altro affondo arriva nei confronti dell’esecutivo. Pur evitando riferimenti a vicende giudiziarie specifiche, Gratteri ha sostenuto che il risultato referendario dovrebbe spingere il governo a riflettere sul rapporto con la magistratura. “Penso che, visti i risultati, al governo non convenga continuare ad attaccare la magistratura”, ha affermato in modo diretto.

Secondo il procuratore, una linea improntata allo scontro permanente rischia di rivelarsi controproducente, sia sul piano istituzionale sia su quello del consenso. “L’arroganza e l’aggressività non pagano, ce lo ha spiegato questo risultato elettorale”, ha aggiunto.

Politica più fragile e rischio infiltrazioni

Nel corso dell’intervista, Gratteri ha poi allargato il ragionamento al rapporto tra politica, finanziamenti e criminalità. Il magistrato ha ricordato come negli anni il sistema dei partiti sia diventato più esposto e vulnerabile.

Oggi la politica è più debole perché è stato tolto il finanziamento pubblico ai partiti”, ha osservato, spiegando che accanto ai contributi leciti e trasparenti possono insinuarsi anche figure ambigue o borderline. Da qui il richiamo alla necessità di una selezione più rigorosa da parte dei gruppi dirigenti e delle leadership politiche.

“La mafia oggi è meno riconoscibile”

Gratteri ha anche ribadito una lettura ormai ricorrente nelle sue analisi pubbliche: la criminalità organizzata non si presenta più solo con i tratti tradizionali del passato, ma assume forme più sofisticate e difficili da individuare. “La mafia oggi è meno riconoscibile: è imprenditrice, è nel mondo delle professioni”, ha spiegato, sottolineando come nelle indagini emergano spesso relazioni trasversali tra affari, professioni e politica.

Spesso nelle nostre indagini li abbiamo visti tutti seduti allo stesso tavolo, assieme anche alla politica”, ha aggiunto, richiamando l’attenzione sulla necessità di alzare i livelli di controllo e vigilanza.

“La differenza la fa chi sa scegliere”

Nel suo ragionamento, Gratteri ha insistito anche sul tema della selezione della classe dirigente. A suo avviso, uno dei punti decisivi per distinguere una leadership solida da una fragile starebbe proprio nella capacità di scegliere collaboratori e candidati senza chiudersi in dinamiche autoreferenziali.

La differenza tra un leader e un altro è il saper selezionare”, ha detto, mettendo in guardia contro il rischio del cosiddetto “cerchio magico”, cioè quella struttura di fedelissimi che finisce per isolare chi guida un partito o un governo dalla realtà. “È pericoloso impedire a chi comanda di vedere la realtà”, ha sottolineato.

L’appello finale: “Ora riforme vere e processi più veloci”

In chiusura, il procuratore ha lanciato un invito al governo a utilizzare il tempo residuo della legislatura per intervenire sulle vere criticità del sistema giustizia, piuttosto che alimentare tensioni istituzionali. “Penso che quest’anno e mezzo di legislatura che rimane sarebbe bene che il governo lo utilizzasse per fare riforme che servono a velocizzare i processi e a investire”, ha concluso.

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