Tutto è cominciato con una domanda semplice, quasi ingenua. “Mi chiesi: ma come nasce una cosa del genere?” racconta l’attore Costantino Comito, vibonese del quartiere Affaccio, anima e corpo della Sacrum Opus, l’opera sacra che da qualche anno è tornata al centro della Pasqua di Vibo. La risposta arrivò quasi per caso, attorno a un tavolo: una telefonata al presidente dell’associazione Luca Comito, un caffè, e poi l’idea che comincia a prendere forma. “Abbiamo cominciato a pensare come poterla mettere in piedi. Con l’aiuto di tanti amici, con i costumi. Un giorno mettevamo un tassello in più, fino a quando, al primo anno, eravamo tutti in costume — ingestibile, ma in piedi.” Da allora la macchina non si è più fermata.
Sette scene, ottanta persone, quattro ore
La Sacrum Opus non è una recita scolastica né una processione devozionale nel senso tradizionale del termine. È una rappresentazione della Passione di Cristo articolata in sette scene, con ottanta figuranti in campo, dal corteo iniziale fino alla deposizione, con lo sfondo del castello normanno-svevo a fare da scenografia naturale. Quattro ore di spettacolo che iniziano alle 19:00, senza un orario di chiusura prestabilito — perché, come sottolinea Comito con una certa orgogliosa noncuranza, “non abbiamo d’orario”. L’assenza di un finale schedulato non è disorganizzazione: è una scelta. “Chi viene a fare tanta strada aspetta. Comunque durano quattro ore, ed è giusto così.”
Le frustate, la corona, il peso della croce
Comito interpreta Cristo. E quando gli si chiede come ci si prepara a portare la croce davanti a centinaia di persone, la risposta rivela qualcosa che va oltre la tecnica teatrale. “Quando sei vicino al periodo, ti lasci trasportare.” La preparazione fisica e spirituale si fondono in un’unica disposizione interiore — quella dell’abbandono consapevole. La parte più impegnativa è la scaminata — il lungo cammino sotto il peso del legno — le cadute, la corona di spine. “A quel punto ti devi fidare e affidare”, dice. “Vengo tirato su, portato giù, portato nel lenzuolo, sbattuto a destra, a sinistra.” Non si recita la sofferenza: la si attraversa, protetti dalla fiducia negli altri. Le frustate non sono di scena: sono vere.
Il pubblico che diventa comunità
Ciò che colpisce di più nella testimonianza di Comito non è la logistica della rappresentazione, ma quello che accade tra il pubblico. “Le persone che erano lì hanno deciso di fare, in maniera spontanea e naturale, un cordone di mano.” Nessuna regia, nessuna istruzione: il gesto nacque da solo, come risposta collettiva a qualcosa di potente che stava attraversando le strade del centro storico di Vibo Valentia.
E poi c’è l’episodio dei turisti austriaci, capitati in città quasi per caso. “Erano lì per caso. Hanno visto quello che succede, hanno capito.” Nessun bisogno di sottotitoli, nessuna mediazione culturale: il linguaggio del corpo, della luce, del silenzio parla direttamente.
Una città che si riconosce
Negli anni la Sacrum Opus è cresciuta — per numero di partecipanti, per risonanza, per identità collettiva. Commercianti, artigiani, giovani: “Hanno capito che è una cosa bella per la città, ma ognuno dà quello che può.” Comito insiste su questo punto con la tenacia di chi conosce la differenza tra uno spettacolo e un atto di appartenenza. “Quando riesci a dare una mano ai ragazzi, gli fai tornare il senso di qualcosa.”
Sabato sera, ore 19: il centro storico si ferma
L’appuntamento è per sabato sera alle 19:00, con partenza dal comando dei vicini nel cuore di Vibo Valentia. Per chi non ha ancora visto la Sacrum Opus — o per chi la conosce solo di fama — Comito ha un messaggio implicito in ogni parola: venite, e poi decidete voi. “È veramente un’esperienza”, dice. E si capisce che non sta usando la parola a caso.







