Un progetto omicidiario costruito nel tempo, con riunioni, sopralluoghi e armi già pronte all’uso. È questo il quadro che emerge dagli atti del gip del Tribunale di Catanzaro sull’omicidio di Antonino Zupo, ricostruito sulla base delle dichiarazioni di più collaboratori di giustizia e dei riscontri investigativi.
Secondo quanto riportato, il piano avrebbe avuto una prima fase già tra la primavera e l’estate del 2012, quando – stando alle dichiarazioni raccolte – sarebbero stati organizzati incontri per pianificare l’eliminazione della vittima, all’epoca sottoposta agli arresti domiciliari.
Il bersaglio
Antonino Zupo era agli arresti domiciliari — operazione Ghost, secondo quanto riferito dai collaboratori — quando qualcuno decise che non sarebbe dovuto sopravvivere. Non ci sarebbe riuscito alla prima occasione, né alla seconda. Alla terza, il 22 settembre 2012, Zupo venne ucciso dentro casa propria, con una pistola calibro 357 a tamburo, dopo essere stato attirato in una trappola costruita attorno a un chilogrammo di formaggio.
Questa è la storia giudiziaria che emerge dall’ordinanza del gip del Tribunale di Catanzaro nell’ambito dell’operazione Jerakarni, dedicata alle ’ndrine operanti nelle Preserre Vibonesi: una vicenda di sangue che i pubblici ministeri della Dda hanno ricostruito attraverso le dichiarazioni convergenti di tre collaboratori di giustizia — Vasvi Beluli, Nicola Figliuzzi e Walter Loielo — e che il giudice per le indagini preliminari ha valutato idonee a fondare la gravità indiziaria a carico di sei indagati. Si tratta, è bene precisarlo, di accuse allo stato degli atti: tutti gli indagati sono da ritenersi presunti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.
Il mandante e l’organizzazione
Al vertice del piano omicidiario la Dda colloca, secondo l’accusa, Rinaldo Loielo, classe 1991, indicato unanimemente dai collaboratori quale mandante di tutti e tre gli episodi. La causale, secondo gli inquirenti, sarebbe chiara: Zupo era il braccio operativo di Bruno Emanuele, boss della cosca rivale, detenuto in quel periodo. Eliminarlo avrebbe significato, nell’ipotesi accusatoria, colpire il comando nemico nel momento di maggiore vulnerabilità.
L’organizzazione logistica avrebbe fatto perno, secondo la ricostruzione della Dda, su Francesco Alessandria, detto «Mustazzu», che secondo le dichiarazioni di Figliuzzi avrebbe attivato la rete di contatti necessaria a reperire i killer, e su Filippo Pagano, cognato di Rinaldo Loielo, che avrebbe fungito da tramite operativo — convocando gli affiliati, facendo «strada» con la sua Smart nera, garantendo la copertura nei movimenti.
Il primo tentato omicidio: estate 2012, due sopralluoghi falliti
La pianificazione del primo attentato risalirebbe, secondo i collaboratori albanesi Beluli e Ibrahimi, al luglio 2012; Figliuzzi la colloca invece in «primavera inoltrata», tra maggio e giugno. Il gip ritiene la discrepanza marginale e ininfluente sulla convergenza sostanziale dei racconti.
Le riunioni preparatorie si sarebbero tenute a Savini — frazione di Sorianello o Soriano Calabro — presso l’abitazione di Rinaldo Loielo. Figliuzzi racconta di essere stato contattato da Saverio Patania, che lo avrebbe indirizzato da Loielo: «aveva chiesto di poter avere il contatto con una persona che poteva sparare». Figliuzzi avrebbe portato con sé i due albanesi — Vasvi Beluli, detto Jimmi, e Arben Ibrahimi, detto Alberto — insieme a Salvatore Callea.
In un garage attiguo alla proprietà del Loielo, nascosti dietro porte rosse, erano custoditi — secondo i collaboratori — i mezzi dell’agguato: una Fiat Punto color giallo oro rubata — accesa con il cacciavite — e un arsenale composto da una pistola calibro 357, un fucile automatico e un Kalashnikov.
Il primo sopralluogo si sarebbe risolto in un nulla di fatto: Beluli e Callea avrebbero raggiunto l’abitazione della vittima a bordo della Punto, ma Zupo non si trovava in giardino come atteso — era affacciato alla finestra, posizione che non consentiva di colpirlo agevolmente. Il secondo tentativo, databile tra il 26 e il 31 luglio 2012, sarebbe stato interrotto da un’esplosione udita dai presenti — probabilmente un incendio boschivo — che avrebbe spinto i partecipanti ad abbandonare l’azione.
Il secondo tentato omicidio: all’alba del 2 agosto
A inizio agosto Rinaldo Loielo avrebbe convocato nuovamente Figliuzzi, stavolta direttamente. Pagano si sarebbe presentato a Sant’Angelo di Gerocarne alle quattro del mattino con la sua Smart nera e lo avrebbe portato a Savini. Nel capannone retrostante la casa erano radunati, secondo il collaboratore, Rinaldo Loielo, il fratello Valerio ed Enrico Lazzaro, fratello di un affiliato ucciso.
Rinaldo Loielo avrebbe illustrato il piano: appostamento in una casetta abbandonata in blocchi di cemento, dirimpetto all’abitazione della vittima, in attesa che Zupo uscisse sulla veranda — cosa che faceva abitualmente verso le sette del mattino per fumarsi una sigaretta. Figliuzzi avrebbe sparato con un fucile calibro 12; Lazzaro, del posto, gli avrebbe fatto da guida nel bosco; Pagano li avrebbe accompagnati in auto fino a duecento metri dalla casa.
L’attesa si sarebbe prolungata fino alle 8.30-9.00. Zupo non uscì. «Si erano fatte quasi le nove, di là passavano le macchine e ci potevano vedere», racconta Figliuzzi. L’operazione venne rimandata. Rinaldo Loielo avrebbe commentato laconicamente: «va bene, rimandiamo a un altro giorno».
I tabulati telefonici documentano due chiamate tra Pagano e Figliuzzi all’alba del 2 agosto 2012, circostanza che il gip valuta come riscontro esterno individualizzante alle dichiarazioni del collaboratore.
L’omicidio: 22 settembre 2012, la trappola del formaggio
Il terzo e definitivo atto si sarebbe consumato il 22 settembre 2012. L’esecutore materiale individuato dal gip sarebbe Cristian Loielo, che avrebbe agito su mandato del cugino Rinaldo Loielo dopo essere «sceso da Milano».
La trappola sarebbe stata costruita con precisione: Cristian Loielo si sarebbe presentato a casa di Zupo — ancora agli arresti domiciliari — portando un chilogrammo di formaggio, spacciandosi per un emissario dello zio Nicola Donato di Pizzoni, con cui la vittima aveva un rapporto di amicizia. Secondo il racconto che Cristian Loielo avrebbe fatto successivamente a Figliuzzi durante la comune detenzione nel carcere di Siano a Catanzaro, a un certo punto della conversazione avrebbe detto a Zupo «che avevamo avuto dei problemi con le pecore e che girava con la pistola»: poi avrebbe estratto l’arma e sparato.
Il racconto si complica di un dettaglio ulteriore: nel corso della visita sarebbero giunte all’abitazione alcune persone sconosciute. Zupo, temendo un controllo delle forze dell’ordine, avrebbe fatto uscire Cristian Loielo dal retro — dove passa la strada verso il vivaio di Ariola e si estende il bosco. Cristian si sarebbe nascosto tra gli alberi, avrebbe atteso che i visitatori se ne andassero e sarebbe rientrato non appena Zupo lo avrebbe richiamato con un fischio. Sarebbe stato in quel momento che lo avrebbe ucciso.
Per raggiungere e lasciare il luogo del delitto, Cristian Loielo avrebbe utilizzato — secondo la ricostruzione accusatoria — una moto Honda rubata, vecchio modello, color rosso bordeaux, con i freni posteriori malfunzionanti: un mezzo che Figliuzzi e Alessandria avrebbero ricevuto da Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, custodito a Sant’Angelo di Gerocarne fino alla fine di agosto, quando Cristian Loielo era andato a prenderla.
Il riscontro intercettivo
La convergenza tra le dichiarazioni dei collaboratori trova un riscontro straordinariamente preciso in un’intercettazione ambientale captata sull’autovettura di Figliuzzi il giorno successivo all’omicidio — 23 settembre 2012, ore 11.18. Figliuzzi stava accompagnando Cristian Loielo a recuperare la moto, nei pressi dell’abitazione di Alessandria e della «caseja» già menzionata nelle riunioni preparatorie. Nel dialogo captato Cristian Loielo avverte: «non ha i freni di dietro» — confermando esattamente il dettaglio tecnico descritto da Figliuzzi nelle sue dichiarazioni rese anni dopo, quando il collaboratore non poteva sapere che quella conversazione era stata registrata.
I gradi di responsabilità secondo il gip
All’esito dell’analisi, il giudice formula il giudizio di gravità indiziaria — che non equivale a condanna — nei confronti di: Rinaldo Loielo (accusato di essere il mandante di tutti e tre gli episodi), Cristian Loielo (accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio), Francesco Alessandria (accusato di concorso morale e logistico), Filippo Pagano (accusato di partecipazione alla fase organizzativa), Salvatore Callea e Nicola Ciconte (accusati di coinvolgimento nella preparazione del primo tentato omicidio).
Vengono invece esclusi dal giudizio di gravità indiziaria Giovanni Alessandro Nesci e Mauro Graziano Uras — per assenza di riscontri esterni individualizzanti — nonché Valerio Loielo e Pantaleone Mancuso, per insufficienza del compendio indiziario.
Per tutti i reati contestati il gip riconosce l’aggravante della premeditazione — documentata dalla lunga fase preparatoria, dai sopralluoghi armati, dalla pianificazione dei tempi e dei mezzi — e quella di cui all’art. 416-bis.1 c.p., trattandosi di delitti che sarebbero stati commessi nell’ambito della faida tra le ’ndrine che si contendono il governo criminale del territorio delle Preserre Vibonesi.




