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20 Aprile 2026
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La Lambretta in Calabria, tra officine di memoria e la storia di un’Italia che ripartì dal Sud

A Sellia Marina il museo voluto da don Andrea Bruno conserva una collezione unica al mondo e restituisce il senso civile e umano della ricostruzione del dopoguerra, quando uno scooter divenne simbolo di lavoro, mobilità e speranza collettiva

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Coppi o Bartali? Ferrari o Maserati? Vespa o Lambretta? Questi ultimi due marchi che hanno o avevano, sulle spalle, rispettivamente, 80 e 79 anni, in questo secolo festeggiano la loro nascita: la Vespa nel 2026 e alla Lambretta toccherà il prossimo anno.

Come per i Guelfi e Ghibellini

L’Italia del dopo guerra, negli anni della speranza, si divideva sempre quando doveva scegliere tra due miti, tra due valori di pari importanza. Come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini o dei Montecchi e Capuleti. La nascita della Vespa e della Lambretta (facce di una stessa medaglia) coincise con il periodo della ricostruzione. Ancor’oggi le due icone ne proiettano la leggenda che cresce col passare del tempo. Antesignani dello scooter le due marche italiane sono state quindi il simbolo della rinascita, ammagliando milioni di centauri sparsi nel mondo e accompagnando tanti giovani al loro primo approccio con i motori. La Vespaforse la si può accostate a Coppi per l’eleganza dello stile mentrela Lambretta è più vicina a Bartali, il campione della fatica e della potenza. Intanto diciamo subito cos’è stata la Lambretta – meno celebrata della sorella Vespa ma non per questo importante – per lo sviluppo italiano negli anni in cui si rimetteva in moto l’economia postbellica. Alcuni storici sostengono chela Lambrettasia stata la risposta popolare alla Vespa che aveva avuto un successo immediato per l’originalità del designer.

La nascita nel 1947

La Nostra nasce ufficialmente nel 1947 negli stabilimenti Innocenti di Lambrate (il fiume milanese Lambro dà il nome al paese che dà il nome allo scooter). L’Innocenti, che aveva brevettato, prodotto e commercializzato i famosi tubi metallici (c’era a quel tempo una battuta che recitava: “In Italia gli unici innocenti sono i tubi”), lanciò questo mezzo a due ruote usando come idea di partenza la forma di un tubo che realizza lo chassis. Nel 2011 la regista Roberta Torre, che stava girando il film “Rose e matematica” in cui, fra l’altro, l’autrice si prefiggeva di raccontare l’Italia della Lambretta, scrisse un articolo sul Corriere della sera per raccontare alcuni retroscena. La stessa Torre è la nipote dell’ingegnere Pierluigi Torre, l’inventore della Lambretta, mentre la Vespa fu progettata da Corradino D’Ascanio per la Piaggio di Pontedera in Toscana. Questi esemplari si possono ammirare in località Feudo di Sellia Marina, alle porte di Catanzaro, dove esiste il Museo Meridionale della Lambretta, primo e forse unico Museo Storico della Lambretta Innocenti; esso fu fondato dal sacerdote Don Andrea Bruno dell’ordine dei Barnabiti – scomparso nel 2024 -, già parroco di Soveria Simeri, dove teneva nel sottoscala della sacrestia, prima di trasferirsi alla marina, la preziosa collezione di motocicli con l’intera, e forse unica la mondo, raccolta di Lambrette.

Il proto – modello A

In essa si parte dal proto-modello del ’47 (modello A), così essenziale che non aveva neppure le sospensioni ma costava centomila lire di allora. Fu il primo dei 60 esemplari presenti, cui si aggiunge un pezzo della Vespa, ribattezzata l’“Ammiraglia”, che sta in punta di piedi, pardon: cavalletto, accanto alle consorelle. Nel Museo le moto sono disposte su tre file. Una centrale e quelle laterali a spiga di pesce. Ben allineate, curate, lucidate, rifinite nella loro semplicità, un’eleganza d’antan, ogni particolare che esprime il suo splendore d’ingegnosità. Guardandole da dietro si scorgono le targhe e le provenienze da tutta Italia. Le Vespe fanno da comparsa di lusso in fondo alla sala, ma in minoranza. Ancora in fondo un campionario di miniature, di ninnoli, di commenti. E sulle pareti il racconto di una storia partecipata dai testimoni del tempo. All’esterno c’è il laboratorio creato, a suo tempo, da don Andrea con l’officina e i ferri del mestiere. Quandi visitai il sito c’era un Lambrettone che aspettava di rivedere la luce, mentre una Lambretta era già sul cavalletto del restauro. Il proto-modello del 1947, che è seguito nel 1948 da quello successivo, è arricchito delle sospensioni anteriori e posteriori e del freno posteriore. Nel 1953 entrò in scena il modello C con le bielle oscillanti e il telaio unico. Un modello del 1954 non ha molto successo perché usava l’avviamento a strappo come nei motoscafi, ma allora non c’era ancora il filo di nailon. Il primo ciclo si chiuse nel 1956 con una serie di modifiche: si passò dal raffreddamento ad aria al seggiolino per donne ed altri accorgimenti meccanici ed estetici rilevanti. Di solito don Andrea viaggiava con il “Corsaro”, un esemplare del 1954 con clacson a pompetta.

La Policastro – Serra San Bruno

Con la Lambretta degli anni ’50 la classe operaia è stata veramente in Paradiso, gli italiani hanno potuto apprezzare un mezzo di locomozione molto trend per quei tempi. Nel 1957 iniziò l’era del Lambrettone (125 e 175 cc), cosiddetto perché carenato, quindi con disegni e prestazioni completamente diversi: si introdusse l’avviamento elettrico e il raffreddamento forzato con ventola. I favolosi anni ’60 furono accompagnati da questi potenti scooters che raggiunser ragguardevoli velocità: 130,140 chilometriall’ora. L’ultimo ciclo prima dello spegnimento della fabbrica e del marchio, che avvenne agli inizi degli anni ’70, fu quello della produzione di scooters leggeri una parte dei quali destinati all’esportazione: nasce prima il Lambrettino e poi il “Lui” col manubrio sia in lega che in acciaio. Le Lambrette e le Vespa sono state, come ora, molto apprezzate all’estero. Negli Stati Uniti e in Inghilterra ci sono elitari fan-club. Un ciclista inglese, Bradley Wiggins, nella 4° tappa del Giro d’Italia del 2013, la Policastro-Serra San Bruno di 246 km, confessò ai cronisti locali di coltivare una grande passione: innamorato della Lambretta.

L’amore per lo scooter italiano

Ne possiede o ne possedeva un esemplare. Tutti i tabloid inglesi raccontarono di quell’amore per lo scooter italiano. A quel tempo il “The Guardian” raccolse una dichiarazione del ciclista Wiggins: “Ho buttato l’occhio su una Lambretta gp200, e mi è sempre piaciuta la gp150, che è lo scooter classico di Quadrophenia”. Il padre calabrese delle due ruote storiche, don Andrea Bruno scrisse nel 2007 un bel libro sul “Museo della Lambretta” (Calabria Letteraria Editrice-Fondazione Rubbettino).

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