La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, riunita in sede di rinvio dopo la pronuncia della Corte di Cassazione, ha confermato oggi la condanna all’ergastolo di Rosaria Mancuso, 68 anni, originaria di Limbadi, quale mandante dell’omicidio di Matteo Vinci, il giovane biologo vibonese saltato in aria il 9 aprile 2018 a bordo della sua autovettura imbottita di esplosivo. Nell’attentato rimase gravemente ferito anche il padre, Francesco Vinci, che si trovava accanto al figlio al momento dell’esplosione. I giudici di secondo grado, nell’appello bis hanno accolto la richiesta dell’avvocato Giovanna Fronte, che assiste la famiglia Vinci, parte civile nel processo.
La decisione odierna chiude — almeno per ora — un capitolo tormentato di giustizia, ridando forza a una condanna che la Suprema Corte aveva in precedenza annullato con rinvio per vizi motivazionali, accogliendo il ricorso degli avvocati Francesco Lojacono e Valerio Spigarelli.
L’autobomba nel regno dei Mancuso
Era la mattina del 9 aprile 2018 quando un’autobomba devastò una strada di Limbadi, nel vibonese. L’ordigno aveva come bersaglio Matteo Vinci, biologo, figlio di una famiglia da anni in guerra con i vicini per il possesso di un appezzamento di terreno. L’esplosione fu di una violenza inaudita: Matteo morì sul colpo, il padre Francesco sopravvisse ma riportò ferite gravissime. L’immagine di un’autobomba esplosa in un contesto di faida tra vicini — e non di camorra o ‘ndrangheta — colpì profondamente l’opinione pubblica nazionale, restituendo la misura di come conflitti privati e rancori radicati possano degenerare fino all’omicidio premeditato con modalità da guerra.
La ricostruzione: una lite di confine diventata tragedia
Secondo quanto accertato dai giudici nei successivi gradi di giudizio, l’autobomba non è riconducibile a un contesto mafioso. Fu esclusa sin dall’appello qualsiasi ipotesi di estorsione legata all’accaparramento di terreni agricoli da parte del nucleo familiare Mancuso-Di Grillo ai danni della famiglia Vinci-Scarpulla.
Il movente prevalente individuato dalla magistratura è quello di una contesa tra vicini, violenta e protratta nel tempo, incentrata sul possesso di un’area di terreno. Un conflitto degenerato progressivamente, alimentato da risentimenti accumulati negli anni, fino a culminare nell’attentato esplosivo del 2018.
Il quadro delle condanne
Oltre alla Mancuso, il procedimento aveva già visto la condanna all’ergastolo di Vito Barbara, 31 anni, genero della donna, ritenuto esecutore materiale o comunque concorrente nel delitto, difeso dagli avvocati Vannetiello e Costarella: una condanna che la Cassazione aveva già confermato in via definitiva.
Nel perimetro processuale figurano anche Domenico Di Grillo, 75 anni, marito della Mancuso, condannato a 6 anni per ricettazione di un fucile a pompa, e la figlia Lucia Di Grillo, cui sono stati inflitti 3 anni.
La difesa: il ricorso e la scarcerzione temporanea
Dopo l’annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione, su impulso degli avvocati Lojacono, Spigarelli, Giovanni Vecchio e Francesco Capria, Rosaria Mancuso era stata scarcerata per scadenza dei termini massimi di custodia cautelare, trascorsi oltre tre anni dalla sentenza di primo grado del dicembre 2021. La difesa aveva sostenuto l’assenza di elementi concreti idonei ad attribuire alla donna il mandato omicidiario.
La Corte d’Appello di Catanzaro, oggi, ha però ritenuto le prove sufficienti e ha confermato la responsabilità penale della 68enne, riscrivendo l’epilogo di una vicenda giudiziaria che adesso attende il sigillo finale della Cassazione.






