Prime decisioni del Tribunale del Riesame nell’ambito dell’operazione “Jerakarni”, l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro sul locale di ‘ndrangheta di Ariola, riconducibile alla cosca Emanuele-Idà. Il Riesame ha disposto l’annullamento delle misure cautelari nei confronti di Arianna Idà (figlia di Franco Idà) e Caterina Emanuele (sorella di Bruno Emanuele e moglie di Franco Idà), entrambe di Ariola di Gerocarne. Analoga decisione è stata adottata anche per Domenico Chiera, 35 anni di Gerocarne (genero di Franco Idà), per il quale è stato annullato il provvedimento restrittivo. I tre indagati sono assistiti dagli avvocati Giuseppe Di Renzo e Sergio Rotundo, la cui linea difensiva è stata accolta dal Tribunale.
L’inchiesta “Jerakarni”
L’operazione “Jerakarni” aveva portato nelle scorse settimane all’emissione di 54 misure cautelari nei confronti di soggetti ritenuti coinvolti nel contesto del locale di ‘ndrangheta delle Preserre vibonesi e, in particolare, di Ariola, frazione di Gerocarne.
Al centro del procedimento si trova la ‘ndrina Emanuele-Idà, attiva nei territori di Vazzano, Soriano Calabro, Sorianello e Gerocarne. L’indagine ne ha ricostruito l’attuale organigramma, i settori operativi — armi, estorsioni, narcotraffico — e la posizione dominante conquistata dopo decenni di faida contro il clan rivale dei Loielo. I fratelli Bruno ed Gaetano Emanuele, da lungo tempo detenuti, sono indicati dai collaboratori di giustizia come i vertici indiscussi della consorteria. In loro assenza, la reggenza è stata affidata nel tempo a figure come Franco Idà, detto “Nuccio” o “Linuccio”, cognato degli Emanuele, e a Domenico Zannino, detto “Testazza”, descritto come capo dell’ala militare con controllo diretto sul territorio.
La struttura è verticistica, con cariche e doti attribuite secondo i rituali codificati della ‘ndrangheta — picciotto, camorrista, sgarrista, fino alla dote della Santa e ai gradi superiori — e si inserisce organicamente nel Locale dell’Ariola, la cui posizione all’interno del Crimine di Polsi è documentata dall’ordinanza attraverso il ritrovamento di un pizzino con la copiata del 2014, recante il nome di Antonio Altamura quale riferimento d’area.







