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12 Maggio 2026
12 Maggio 2026
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Uccise il figlio a Lamezia, riconosciuta la seminfermità: Francesco Di Cello condannato a 12 anni

La Corte d’Assise di Catanzaro ha accolto la ricostruzione fondata sull’assenza di piena volontà omicida. Riconosciute anche le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante del vincolo familiare

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La Corte d’Assise di Catanzaro ha condannato Francesco Di Cello alla pena di dodici anni di reclusione per l’omicidio del figlio Bruno Di Cello, avvenuto a Lamezia Terme il 2 maggio dello scorso anno. Una decisione arrivata al termine di un processo nel quale i giudici hanno riconosciuto la seminfermità mentale dell’imputato e le circostanze attenuanti generiche, ritenute prevalenti rispetto all’aggravante del vincolo familiare.

Il verdetto della Corte

La Corte ha condiviso l’impostazione emersa nel corso del dibattimento e le richieste formulate dal Pubblico ministero e dai difensori dell’imputato, gli avvocati Giuseppe Spinelli e Renzo Andricciola. Al centro della valutazione dei giudici è finita la condizione personale di Di Cello e, in particolare, la ritenuta assenza di una piena volontà del delitto.

Secondo la prospettazione accolta dalla Corte, l’imputato avrebbe agito in un contesto segnato da una profonda compromissione del proprio equilibrio psichico, in parte collegata al suo stato di salute e al clima familiare nel quale sarebbe maturata la tragedia.

La seminfermità e il peso del contesto familiare

Nel processo è stato valorizzato il quadro relativo alla coercizione psichica interna che avrebbe inciso sulla capacità dell’uomo di autodeterminarsi pienamente al momento del fatto. Una condizione, secondo quanto sostenuto dalle parti, provocata anche dai gravi comportamenti vessatori che il figlio avrebbe tenuto nei confronti dei familiari.

Si tratta di un passaggio centrale della sentenza, perché ha consentito alla Corte di riconoscere la seminfermità e di ridimensionare il peso dell’aggravante legata al rapporto familiare tra vittima e imputato.

Le richieste condivise da accusa e difesa

La decisione dei giudici si inserisce in un quadro processuale nel quale accusa e difesa hanno finito per convergere su alcuni punti essenziali. Il Pubblico ministero e i legali di Di Cello hanno infatti rimarcato la mancanza di una piena volontà omicida, chiedendo che venisse tenuto conto delle condizioni psichiche e personali dell’imputato. Un ruolo rilevante è stato attribuito anche alle valutazioni del perito medico-legale, il professor Ferracuti, che avrebbe rimarcato l’onestà dimostrata dall’uomo nel corso della vicenda processuale.

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