× Sponsor
19 Maggio 2026
19 Maggio 2026
spot_img

La fusione tradita (per il momento). Corigliano Rossano, otto anni di occasioni mancate e campanili digitali

Stasi e la fusione subìta: in otto anni, zero cerimonie, uno stemma mai adottato e un lungomare che esiste solo sulla carta. La storia di una città che potrebbe essere tutto e si accontenta di essere due metà

spot_img

Il 31 marzo di ogni anno, dal 2018 ad oggi, la città di Corigliano Rossano non ha mai festeggiato il proprio compleanno. Nessuna nota stampa del sindaco, nessuna cerimonia, nessuno straccio di evento pubblico per celebrare la fusione di comuni più grande nella storia della Repubblica italiana. Come se quella data fosse imbarazzante. Come se il fatto di esistere come città unica fosse qualcosa da metabolizzare in silenzio, anziché da rivendicare.
Il comune di Corigliano Rossano nasce il 31 marzo 2018, dopo il referendum consultivo del 22 ottobre 2017: votano sì all’unificazione il 61,4% dei coriglianesi e il 94,1% dei rossanesi. È bene ricordarlo agli smemorati ed a quanti a distanza di otto anni vogliono ancora minare le fondamenta della democrazia, ribaltando con la forza la volontà popolare.
Non un’imposizione dall’alto, quindi, ma scelta popolare, ampia, convinta. E tuttavia, a otto anni da quella scelta, la nuova città è ancora descritta come un mosaico incompiuto.
Sarebbe bello poter caricare la colpa sull’irriducibile campanilismo meridionale, su quei localismi atavici che resistono alle riforme come i pregiudizi resistono al tempo.
Sarebbe comodo. Ma quella narrativa, per quanto abbia un fondo di verità, fa il gioco di chi ha tutto l’interesse a mantenere diviso un territorio che, unito, pesa enormemente di più.

Il vecchio trucco del divide et impera

Eppure qualcosa di meccanico nel modo in cui periodicamente riemerge la retorica polemica sulla fusione, c’è. Funziona così: si agita lo spauracchio di un ospedale riorganizzato, o di un ufficio che traslocherà da un polo all’altro della città, e automaticamente si riattiva il riflesso condizionato: Corigliano contro Rossano.
Il territorio si spacca lungo le vecchie fratture, e nel frattempo chi sta approfittando dell’irrilevanza politica dei due municipi separati può tirare un sospiro di sollievo. Perché il punto, vero, è questo: la fusione spaventa quei poteri che stanno bene con Corigliano e Rossano divise in due municipalità distinte, più piccole, più deboli, più ricattabili. Nessuno lo dice apertamente, ovviamente. Si parla di “identità”, di “senso di appartenenza”, di “tradizioni da tutelare”. Ma dietro la liturgia del campanile — che è comprensibile, persino umana, quando è autentica — si annida spesso qualcosa di meno nobile, ovvero la difesa di rendite di posizione, di reti di influenza, di clientele territoriali che la città grande, quella vera, rischia di mettere in discussione. Non si tratta di ignoranza, naturalmente. Ci vuole una certa sofisticazione per cavalcare il risentimento altrui in modo così efficace.
I romani, d’altronde, l’hanno insegnata. Quella locuzione — divide et impera — utilizzata come strategia di guerra per invadere i territori mettendo i popoli autoctoni gli uni contro gli altri, a queste latitudini è sempre di moda.

I numeri, quelli che non si discutono

Prima ancora di entrare nel merito delle polemiche, vale la pena però ricordare cosa stia producendo concretamente e di fatto, vantare una città di 80mila abitanti. E senza alcun merito politico, solo grazie ai “numeri”.
Il bando PINQuA — Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare — ad esempio, è riservato alle regioni, alle città metropolitane, ai capoluoghi di provincia e ai comuni con più di 60mila abitanti. Corigliano Rossano vi partecipa “per diritto demografico” e grazie alle mani sapienti di un funzionario, Benedetta De Vita, costretta a traslocare altrove, a Catanzaro, da dirigente (e non da funzionario) di cinque settori vitali per il capoluogo di regione. Ma a Corigliano Rossano il pregiudizio di un’assunzione per concorso – sia chiaro – in epoca Caputo la rende troppo “antipatica”.
A quei PINQuA , senza la fusione, non si sarebbe potuto partecipare. Ed è così che il comune di Corigliano Rossano ottiene il finanziamento di tutti e tre gli interventi proposti: il quartiere San Domenico per oltre 14,5 milioni, Schiavonea per quasi 14,8 milioni, e la zona “I Vasci”, nel centro storico di Corigliano per quasi 15 milioni, per un totale di 45 milioni di euro.
Quarantacinque milioni. Per una città che per decenni non vede lo straccio di un’opera pubblica degna di questo nome soprattutto sul versante coriglianese. La fusione consente, nel frattempo, anche l’elevazione della sede Inps da presidio zonale a filiale, l’elevazione del Commissariato a Distretto di Polizia, le due compagnie dei carabinieri elevate a Reparto territoriale e prossimamente a Gruppo, l’accesso ai circuiti dell’area vasta come Zes, distretti produttivi e sistema portuale. Una Frecciarossa, ma a Sibari, la stazione elettrificata più prossima alla città guida del nordest calabrese. E soprattutto il collegio camerale unico, cosicché la città possa eleggere i suoi rappresentati in Parlamento, fattore per nulla scontato in passato, anzi. Era proprio questo il caso più clamoroso del divide et impera, quando la popolazione si ritrovava a subire candidati di altri territori calati dall’alto.
Con oltre 80mila abitanti, insomma, la città acquisisce un peso contrattuale che prima semplicemente non esisteva.
I dati della Fondazione Openpolis collocano Corigliano Rossano in testa alla classifica dei comuni calabresi tra 60mila e 100mila abitanti per numero di progetti Pnrr finanziati: 81 interventi per 85,3 milioni di euro, con una capacità complessiva — contando tutti gli enti e le persone giuridiche del territorio — di 277 progetti per 239 milioni di euro.
Questi sono i fatti. Non le opinioni, non le narrazioni: i fatti. Ignorarli per inseguire la nostalgia di due municipalità separate, ciascuna con il proprio archivio storico e la propria squadra di calcio dilettantistica, non è campanilismo. È peggio. È tafazzismo.

Stasi e la fusione subìta

Ma qui bisogna essere onesti, e non soltanto con gli autonomisti. Flavio Stasi — sindaco dalla nascita della città, riconfermato nel giugno 2024 — non è stato mai il motore di questo processo. Ne è stato, nella migliore delle ipotesi, il gestore prudente. Nella peggiore, il co-protagonista involontario di un’occasione che si sta man mano perdendo.
La sua amministrazione governa con il bilancino del ragionier cauto: un assessore di Corigliano, uno di Rossano. La doppia campagna teatrale. Il perimetro territoriale inteso come variabile da bilanciare, e peggio, come materia prima da trasformare. Una logica da condominio più che da comune.
L’immagine che circola tra i commentatori locali più attenti è quella di “una coppia di separati in casa con la comunione dei beni. A ognuno il suo, però: un bagno a testa, una cucina a testa, un ingresso a testa. Praticamente due monolocali sotto lo stesso tetto”.
Un giudizio particolarmente severo? No. Quasi una descrizione clinica. Stasi non ha mai convocato un forum giovanile sulla fusione. Non ha mai promosso un progetto educativo nelle scuole che aiutasse a promuovere una nuova coscienza collettiva, e le nuove generazioni a sentirsi coriglianorossanesi e non coriglianesi o rossanesi con un trattino di mezzo. Non ha mai aperto un dibattito pubblico serio e strutturato sul significato di questa città. Nemmeno un assessorato dedicato all’integrazione territoriale, quello vero, non la versione farlocca comparsa nei primi anni sulle carte istituzionali peraltro messo nelle mani di un antifusionista e poi scivolato nell’oblio.

Il gonfalone che non c’è

C’è un dettaglio — piccolo nella forma, enorme nel simbolismo — che la dice tutta. Dopo otto anni dalla fusione, nelle cerimonie ufficiali continuano a comparire due gonfaloni separati. Lo stemma unico non è ancora adottato.
Nel 2023 viene indetto un concorso di idee, che non ha senso perché il compito spetta all’araldica della Presidenza della Repubblica.
La questione continua a riemergere ciclicamente solo grazie alle polemiche, mentre le nuove generazioni crescono in una città senza simboli propri, senza un emblema che racconti la storia nuova che si sarebbe dovuta costruire.
Una città che, nel 2025, riceve un’interrogazione consiliare urgente proprio su questo punto: perché non si è ancora provveduto allo stemma e al gonfalone? Risposta? Silenzio. Rinvio. Palla in tribuna. O come si dice da queste parti, con Stasi sempre pronto a portare tutti a passeggio, com’è nel suo stile.
Lo stesso destino tocca alla cittadella amministrativa di contrada Insiti, sì proprio a valle del costruendo nuovo ospedale, area baricentrica, terra di mezzo tra Rossano e Corigliano, il luogo fisico che dovrebbe incarnare la fusione, in cui le due anime si incontrano, superando le gerarchie dei vecchi campanili, contemplata nella legge di istituzione del “nuovo” comune.
Nulla. Il Piano Strutturale Associato è fermo dal dicembre 2023. Le osservazioni depositate a febbraio 2024 sono scomparse dall’agenda amministrativa.
Insiti rimane solo un’idea nei documenti di pianificazione.

Il lungomare che avrebbe cambiato tutto

C’è una cosa, però, che merita di essere detta con tutta la chiarezza possibile: quella che potrebbe diventare la spina dorsale turistica più singolare del Mediterraneo esiste già in natura. Trentotto chilometri di costa ininterrotta, da Thurio a Pantano Martucci, una delle porzioni di litorale ionico tra le più intatte della Calabria. Unire quei chilometri con un lungomare unico — una via marina continua, pedonale e ciclabile, con i ponti sul Cino, sul Grammisato, sul Nubrica — darebbe vita ad un attrattore turistico senza precedenti in Europa. Una passeggiata a mare lunga quasi due volte i 15 chilometri del lungomare di Bari. Un prodotto autoctono e commerciale che nessuna città in Europa può vantare. Con il Pnrr e i fondi di coesione disponibili, quel lungomare unico non sarebbe stato fantasia. Ma pianificazione. Il bilancio 2025-2027 prevede effettivamente la realizzazione della “strada unica di Corigliano Rossano che partirà da Thurio e arriverà a Pantano Martucci”, ma come voce tra molte altre, e non in alto, tra le priorità simboliche e strategiche che avrebbero dovuto essere realizzate fin dal primo giorno. Quasi otto anni dopo, il lungomare unico è ancora un cantiere, ma solo sulla carta.

La sanità usata come arma impropria

In questo contesto va letto anche il rumore che periodicamente si solleva attorno alla riorganizzazione dello spoke di Corigliano Rossano. I trasferimenti di reparti tra i presidi Compagna e Giannettasio — operazioni dettate da logiche sanitarie, da prescrizioni ministeriali, da norme di sicurezza — vengono sistematicamente trasformati in conflitti di campanile, in prove di forza tra le due anime della città.
Chi alimenta questa lettura sa bene quello che fa. Trasformare ogni razionalizzazione ospedaliera in una resa di conti tra Corigliano e Rossano ha un effetto politico preciso: impedisce qualsiasi valutazione tecnica serena, alimenta la contrapposizione, e soprattutto distoglie l’attenzione dalle vere responsabilità, che non stanno nell’ottimizzazione dei reparti, ma nel ritardo decennale nella realizzazione del nuovo ospedale che renderebbe superfluo il dibattito sulle due sedi.
Utilizzare la sanità per fare i conti del campanile è l’operazione meno nobile che si possa immaginare in un territorio in cui il diritto alla salute è già strutturalmente compromesso.

La parola fine che non basta

Il Tar della Calabria, ancora, nel luglio 2025, dichiara improcedibile il ricorso del Comitato per il ritorno all’autonomia, confermando che le proposte di legge popolare relative a modifiche delle circoscrizioni territoriali non possono essere presentate entro i 15 anni dall’istituzione del nuovo comune. Prima del 2033, qualsiasi velleità di scioglimento è giuridicamente impraticabile. Anche se i più ottimisti ora attendono l’esito del Consiglio di Stato. La sentenza del Tar chiude una porta. E non ne apre nessuna.

Il problema di Corigliano Rossano non è che qualcuno voglia tornare indietro, anche se quella tendenza esiste, alimentata con arte e pazienza. Il problema è che chi dovrebbe guidare questa città verso il futuro sembra non avere una visione di quale direzione quel futuro stia imboccando. Ha la capacità di stare in piedi. Dimostra di saper intercettare fondi. Fa cose. Ma non governa il processo più importante, ovvero quello di costruire una comunità nuova da due comunità distinte.
Governare una fusione non significa distribuire assessorati equamente tra i due poli geografici o ragionare con il bilancino, la carta d’identità in tasca e non sul merito. Significa avere il coraggio di dire a due popoli: siete già una cosa sola, e vi dimostrerò perché questo è meglio. Con i simboli, con i progetti, con le piazze, con le scuole, con il lungomare.
Non c’è chi parla di politiche della fusione. Non c’è un progetto educativo. Non c’è uno stemma. Non c’è un gonfalone. Non c’è una festa. C’è un bilancio in pareggio, per due terzi speso a Corigliano (checché se ne dica) qualche cantiere aperto, e due gonfaloni che sventolano insieme alle cerimonie ufficiali, ciascuno per conto proprio. Otto anni di città. Ma senza un aspetto. Unire due città è stata democrazia, legge. Farne una sola è questione di coraggio. Il primo atto è andato.
Il secondo è ancora in attesa di un protagonista.

spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img