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19 Maggio 2026
19 Maggio 2026
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“Baia bianca”, 14 arresti tra Calabria e altre regioni: la Dda smonta la rete della cocaina sul Tirreno cosentino

All’alba il blitz dei carabinieri. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe gestito traffico di droga, estorsioni e intimidazioni aggravate dal metodo mafioso. Tra le figure centrali anche una donna soprannominata “Rosy Abate”.

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Un’operazione scattata nelle prime ore del mattino ha portato all’esecuzione di 14 misure cautelari in carcere nelle regioni di Calabria, Campania, Sicilia ed Emilia-Romagna. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, ruota attorno a un’organizzazione ritenuta attiva nel traffico di stupefacenti lungo il versante del Tirreno cosentino.

L’operazione, denominata “Baia Bianca”, è stata eseguita dai carabinieri della Compagnia di Scalea con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma, dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria e dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia.

Secondo l’impianto accusatorio, gli indagati sarebbero coinvolti, a vario titolo, in associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, oltre che in episodi di estorsione, tentata e consumata, alcuni dei quali aggravati dal metodo mafioso. Tra i reati contestati compare anche l’accesso illecito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti.

La rete dello spaccio tra Scalea e la Valle del Noce

Le indagini, sviluppate nell’arco di circa venti mesi, avrebbero consentito agli investigatori di ricostruire una presunta struttura criminale operativa soprattutto tra Scalea e l’area della Valle del Noce. Al centro dell’attività ci sarebbe stato un articolato sistema di approvvigionamento e distribuzione di cocaina, con collegamenti logistici verso la Campania.

Secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, il gruppo avrebbe adottato una struttura definita dagli investigatori come “piramidale”. Al vertice sarebbero stati individuati due promotori, affiancati da un supervisore incaricato di coordinare corrieri e spacciatori distribuiti sul territorio.

Gli inquirenti sostengono che l’organizzazione utilizzasse anche linguaggi criptici e formule convenzionali per evitare intercettazioni e controlli investigativi. Gli acquisti della sostanza stupefacente, inoltre, sarebbero stati effettuati in quantità ridotte e ripetute nel tempo, una modalità che — secondo la DDA — avrebbe consentito di limitare eventuali perdite economiche in caso di sequestro da parte delle forze dell’ordine.

La figura della donna soprannominata “Rosy Abate”

Tra gli elementi considerati di maggiore rilievo investigativo compare la posizione di una donna ritenuta dagli inquirenti una figura centrale dell’organizzazione. Secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stata indicata dagli stessi affiliati con il soprannome di “Rosy Abate”, riferimento al personaggio televisivo legato alle fiction sulla criminalità organizzata.

Gli investigatori ritengono che la donna esercitasse un ruolo autorevole all’interno del gruppo, al punto da essere temuta e rispettata dagli altri componenti del sodalizio. Sempre secondo l’ipotesi formulata dalla procura antimafia, il gruppo avrebbe garantito una sorta di sostegno economico agli affiliati arrestati, contribuendo anche alle spese legali necessarie per la loro difesa.

I sequestri e le accuse di estorsione

Nel corso delle attività investigative sarebbero state documentate numerose cessioni di sostanze stupefacenti, con sequestri di cocaina e hashish effettuati durante l’inchiesta. In uno degli episodi contestati, un corriere avrebbe tentato di disfarsi di circa 50 grammi di cocaina durante una fuga.

Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe inoltre gestito un sistema di recupero crediti fondato su minacce e intimidazioni nei confronti di persone che avevano contratto debiti per l’acquisto della droga. Alcuni di questi episodi, secondo la contestazione formulata dalla DDA, sarebbero caratterizzati dall’aggravante del metodo mafioso.

Le accuse contestate restano al momento oggetto della fase cautelare e dovranno essere verificate nel corso dell’iter giudiziario, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza previsto dalla legge.

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