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21 Maggio 2026
21 Maggio 2026
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Il Rapporto Istat sulla longevità fotografa un’Italia spaccata. La Calabria è tristemente maglia nera

L’analisi rivela un legame diretto tra livello di istruzione e aspettativa di vita. Nel Mezzogiorno si consuma il paradosso più amaro: la nostra regione, gravata dal maggior numero di malati cronici, riceve la quota più bassa di fondi sanitari e spesa sociale pro capite.

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La salute in Italia non è un bene distribuito in modo uniforme, ma un privilegio fortemente influenzato dalla geografia e dal livello d’istruzione. L’ultimo Rapporto Annuale dell’Istat scatta una fotografia spietata del sistema Paese, mettendo a nudo disuguaglianze profonde che si traducono, nei casi più estremi, in anni di vita perduti. Il benessere e la longevità dei cittadini rimangono strettamente ancorati al titolo di studio conseguito, tracciando una faglia sociale che penalizza chi ha avuto meno accesso alla formazione. A questo divario culturale si somma poi una frattura territoriale storica, che vede il Mezzogiorno e la Calabria schiacciati da un sottofinanziamento cronico delle strutture sanitarie e assistenziali proprio laddove il bisogno della popolazione è più acuto.

Chi studia vive di più: l’istruzione come indicatore di sopravvivenza

I dati demografici elaborati dall’Istat mostrano come il livello di scolarizzazione incida direttamente sulla salute quotidiana e sulle prospettive di sopravvivenza della popolazione adulta. Nel 2025, tra i cittadini dai 25 anni in su, la coesistenza di più patologie croniche nello stesso individuo tocca il 25,2% tra chi possiede al massimo la licenza media, mentre la percentuale scende al 22,6% tra chi è andato oltre il diploma superiore. Lo stesso divario si riproduce sul fronte delle disabilità e delle limitazioni nelle attività quotidiane, che colpiscono il 26,2% delle persone meno istruite contro il 21,8% dei laureati.

Questa forbice sociale diventa ancora più evidente quando si analizza la speranza di vita residua. Le statistiche evidenziano che un trentenne italiano con un basso livello di istruzione ha davanti a sé un’aspettativa di altri 49,9 anni di vita, ossia 4,2 anni in meno rispetto a un coetaneo laureato, la cui speranza di vita sale a 54,1 anni. Tra le donne il divario si attesta a 2,8 anni, passando dai 54,4 anni del gruppo meno istruito ai 57,2 anni delle laureate. La disparità non si attenua con l’avanzare dell’età: giunti al traguardo dei 65 anni, gli uomini con un titolo di studio basso possono contare su 18,3 anni residui rispetto ai 20,9 anni di chi possiede un’istruzione alta. Per le donne della stessa età, gli anni di vita attesi variano da 21,6 a 23,6 a seconda del percorso di studi alle spalle.

Il paradosso dei fondi sanitari: Calabria e Basilicata maglie nere per risorse

Sul versante economico, il quadro generale della sanità pubblica evidenzia un cortocircuito nella ripartizione delle risorse. Nel 2024 il finanziamento effettivo del Servizio Sanitario Nazionale, derivante dal bilancio statale e dalle casse regionali, ha toccato i 136,7 miliardi di euro, ma la distribuzione pro capite penalizza le aree più fragili. L’Emilia-Romagna e la Liguria guidano la classifica della spesa programmata per singolo abitante, rispettivamente con 2.490 e 2.441 euro.

Al contrario, la Calabria e la Basilicata si collocano sul fondo della graduatoria nazionale, facendo registrare i livelli di finanziamento più bassi in assoluto, pari a 2.167 e 2.190 euro pro capite. Si configura così un vero e proprio errore di corrispondenza istituzionale: le regioni del Mezzogiorno ricevono quote inferiori alla media nazionale nonostante presentino un tasso di multi-cronicità nettamente superiore alla media. Al Nord si verifica lo scenario opposto, incarnato dalla Provincia Autonoma di Bolzano, che beneficia di finanziamenti elevati a fronte di un carico di patologie inferiore alla media. Anche sul fronte della spesa pro capite effettivamente erogata per le cure, la Calabria tocca il livello minimo, malgrado l’Istat certifichi per questo territorio un bisogno assistenziale tra i più elevati d’Italia.

Welfare al collasso: la Calabria ultima anche nella spesa socioassistenziale

Le disuguaglianze territoriali non risparmiano il comparto socioassistenziale gestito dai Comuni. Nel 2023 la spesa media nazionale pro capite per i servizi sociali è stata di 135 euro, ma il dato si frammenta tra i 177 euro stanziati nel Nord-Est e i soli 76 euro investiti nel Mezzogiorno. Il divario diventa abissale nel confronto tra la Calabria, dove i Comuni spendono appena 46 euro pro capite per l’assistenza locale, e la Provincia Autonoma di Bolzano, che svetta a quota 576 euro.

A livello nazionale si registra una nota positiva per quanto riguarda i fondi destinati alla disabilità, che nel 2023 hanno raggiunto i 2,7 miliardi di euro, con un aumento del 9,1% in un anno e del 54,6% nell’arco di un decennio. Tuttavia, le modalità di erogazione risentono ancora della vulnerabilità geografica: le risorse pro capite destinate a una persona con disabilità under 64 passano dai 1.075 euro annui dei piccoli centri interni del Sud agli oltre 2.800 euro dei Comuni settentrionali e centrali.

Infine, l’emergenza legata all’invecchiamento della popolazione mette sotto pressione i servizi per la terza età. Nonostante l’investimento complessivo dei Comuni sia salito a 1,4 miliardi di euro nel 2023, il rapido aumento del numero di anziani residenti ha generato un effetto di diluizione della spesa pro capite, che nell’arco dell’ultimo decennio è scivolata da 105 a 96 euro per cittadino senior.

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