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25 Maggio 2026
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Natuzza Evolo, il teatro come catarsi: al Rendano “Fortunata di Dio” restituisce umanità al mistero

Lo spettacolo firmato da Andrea Ortis e Ruggero Pegna: non un monumento immobile, ma un viaggio tra fede, dubbio, memoria e verità emotiva

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di Mariateresa Buccieri* – Quello capace di restituire al palcoscenico la sua antica vocazione: non evasione, ma incontro; non artificio, ma verità emotiva. Al Rendano, Fortunata di Dio ha ricordato che la scena, quando incontra coraggio artistico e umanità, può ancora diventare luogo di un’autentica catarsi collettiva. Come nel “teatro necessario” teorizzato da Peter Brook, lo spettacolo non riempie un vuoto, ma apre uno spazio vivo dove memoria, emozione e coscienza si incontrano.

Ci sono figure che appartengono alla storia e altre che abitano la coscienza profonda di un popolo. Natuzza Evolo appartiene a questa seconda categoria. Non soltanto per ciò che la sua vicenda ha rappresentato, ma perché il suo nome continua a vivere in quella zona delicata dove spiritualità, memoria e identità collettiva si intrecciano. Portare una figura così complessa sul palcoscenico significava assumersi un rischio artistico importante. Andrea Ortis e Ruggero Pegna lo affrontano scegliendo la strada meno facile: non costruire un monumento immobile, ma restituire umanità e interrogativi. Fortunata di Dio non pretende infatti di consegnare verità assolute. Piuttosto invita lo spettatore a sostare in quel territorio sospeso dove fede e dubbio convivono, non come opposti inconciliabili ma come dimensioni profondamente umane.

La regia: la forza della misura

La regia di Andrea Ortis possiede una qualità rara: l’intelligenza della sottrazione. Il suo sguardo non spettacolarizza il mistero né cerca rifugio nel pietismo. Al contrario, sceglie una narrazione essenziale e rigorosa, lasciando che siano i personaggi, i silenzi e le relazioni a costruire il paesaggio emotivo dell’opera.

Ed è dentro questo disegno che emerge una Calabria autentica. Una comunità riconoscibile e universale insieme, capace di custodire la fede come un bene quotidiano e, nello stesso tempo, di interrogare con prudenza ciò che appare inspiegabile. Una Calabria che richiama, per certi tratti, le pagine di Corrado Alvaro: severa, spirituale, ferita e profondamente umana. Il merito della regia sta proprio qui: nel raccontare non soltanto Natuzza, ma il rapporto di un’intera collettività con l’enigma.

Le musiche e la verità del silenzio

Le musiche del Maestro Francesco Perri procedono per flussi emotivi, avanzando per dare corpo al pathos e ritirandosi per lasciare che la parola continui a vibrare nella sua eco interiore. Sono presenza discreta ma decisiva, una architettura sonora che unisce immagini, memoria e sentimento.

Ed è dentro questo equilibrio che si impone la prova intensa di Annalisa Insardà. La sua Natuzza evita ogni tentazione agiografica. Non domina il palco: lo abita. La forza della sua interpretazione nasce da una qualità sempre più rara: la fiducia nel silenzio. Gli sguardi, le sospensioni della voce, le fragilità trattenute compongono un ritratto che non cerca la somiglianza esteriore, ma una verità più profonda. Viene in mente il monito di Konstantin Stanislavski: «Ama l’arte in te stesso, non te stesso nell’arte». Insardà sembra seguirlo con naturalezza. Serve il personaggio senza esibirlo, e proprio per questo restituisce una Natuzza fatta di fragilità e luce, attraversata dal peso di un mistero troppo grande eppure ostinatamente umana.

Oltre il sipario

Il lungo applauso finale del Rendano non è apparso come un semplice tributo al successo dello spettacolo. Aveva piuttosto il sapore della gratitudine. Perché Fortunata di Dio ricorda qualcosa che il teatro contemporaneo talvolta dimentica: la scena non vive quando persuade, ma quando apre domande destinate a continuare oltre il sipario.

Viene alla mente un verso di Mario Luzi: «Il pensiero fa un balzo, vi riconosce, umani». Ed è forse questa la sensazione che resta uscendo dal teatro: non l’illusione di aver compreso tutto, ma la certezza — rara e preziosa — di aver sostato dentro una storia capace di parlare non soltanto di Natuzza Evolo, ma delle nostre ferite, delle nostre attese e del bisogno profondamente umano di dare un nome all’invisibile. Grazie Ruggero

*Storico e critico d’arte

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