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26 Maggio 2026
26 Maggio 2026
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Cocaina dal Sud America all’Italia, quattro fermi della Dda: scoperto un laboratorio di raffinazione in Calabria (FOTO – VIDEO)

La Dda di Roma scopre una presunta associazione transnazionale capace di movimentare fino a 800 chili di droga l’anno. Nelle campagne del Reggino sequestrata una raffineria clandestina

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Una presunta organizzazione internazionale del narcotraffico, con collegamenti tra Sud America, Spagna, Lazio, Calabria e Campania, capace secondo gli inquirenti di movimentare ogni anno circa 800 chili di cocaina. È il quadro che emerge dalla maxi operazione condotta dai Carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Civitavecchia, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma.

I militari hanno dato esecuzione a un decreto di fermo nei confronti di quattro indagati, tre stranieri e un italiano, ritenuti gravemente indiziati di far parte di una complessa associazione per delinquere dedita al traffico internazionale di stupefacenti. L’accusa ipotizzata riguarda l’importazione dal Sud America e la distribuzione in Italia di ingenti quantitativi di cocaina.

Il ruolo della Calabria e il laboratorio clandestino

Il dato più rilevante per la Calabria arriva dall’epilogo operativo dell’indagine. I Carabinieri della Compagnia di Bianco hanno scoperto nelle campagne di Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, un vero e proprio laboratorio adibito a raffineria clandestina.

All’interno della struttura sono stati sequestrati presse idrauliche, stampi e forni a microonde, oltre a più di 500 chili di miscele che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state destinate ad abbassare la purezza della droga e quindi a moltiplicarne i profitti sul mercato. Un tassello che, per gli investigatori, confermerebbe la capacità del gruppo di gestire non solo l’importazione dello stupefacente, ma anche le successive fasi di lavorazione, taglio e distribuzione.

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Le rotte della cocaina: auto con doppi fondi e borsoni lanciati in mare

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la droga sarebbe entrata in Italia attraverso due canali principali. Il primo passava dalla Spagna, con l’utilizzo di autovetture modificate e dotate di vani occulti meccanizzati, definiti in gergo “sistema”. Il secondo sfruttava invece le rotte marittime intercontinentali, con navi in partenza da porti sudamericani, tra cui Guayaquil in Ecuador, e dirette verso l’Europa.

In questo caso, il meccanismo prevedeva il lancio in mare di borsoni carichi di droga in punti di recupero prestabiliti attraverso coordinate Gps. Per consegne più mirate, il gruppo avrebbe utilizzato anche corrieri “ovulatori”, addestrati a ingoiare decine di ovuli di cocaina per superare i controlli aeroportuali e stradali.

Broker, vertici operativi e collegamenti criminali

L’indagine, avviata nell’agosto 2025, avrebbe consentito ai carabinieri di delineare una precisa ripartizione dei ruoli. Nel presunto sodalizio figurerebbe un broker internazionale di origini dominicane, indicato come anello di raccordo con i fornitori esteri e con la logistica dei flussi finanziari illeciti.

Accanto a lui, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe operato un vertice colombiano, noto come il “Presidente”, con il compito di gestire connazionali e importazioni, fissare il prezzo della droga e curare i rapporti con i narcotrafficanti stanziali in Spagna e Sud America. Gli investigatori indicano inoltre un broker romano, considerato figura di raccordo e principale distributore per il litorale nord laziale e il centro Italia, e un soggetto di origini calabresi, ritenuto fondamentale per la fornitura di veicoli dotati di doppi fondi meccanizzati.

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Prezzi, codici e affari milionari

Dalle indagini emerge una gestione definita dagli investigatori come altamente imprenditoriale. I vertici del gruppo avrebbero discusso delle fluttuazioni del mercato della cocaina, acquistata all’ingrosso a circa 16mila-17mila euro al chilo e rivenduta tra 21mila e 24mila euro. Il margine veniva indicato con il termine convenzionale “punti”: sette punti, ad esempio, equivalevano a 7mila euro di guadagno. Anche la droga veniva camuffata nelle conversazioni con nomi in codice: “Rosalba” o “Rosalia” per la cocaina rosa, “Biancaneve” per quella classica, “cotta” e “cruda” per indicarne la preparazione chimica.

La truffa della Camorra e i summit in Campania

Uno degli episodi più significativi ricostruiti dagli inquirenti riguarda una presunta truffa ai danni dei vertici sudamericani. Secondo l’accusa, alcuni esponenti della Camorra napoletana, simulando un finto intervento delle forze dell’ordine, si sarebbero appropriati di 10 chili di cocaina appena consegnati dai colombiani. Il danno stimato sarebbe stato di circa 280mila euro. Per recuperare il carico o il denaro, il cartello avrebbe attivato i propri canali criminali, organizzando summit in Campania per risolvere la questione.

La violenza per recuperare i crediti

Nell’inchiesta emerge anche la presunta propensione alla violenza del gruppo. Per il recupero dei crediti legati alla droga, il vertice colombiano avrebbe pianificato rapimenti, con appartamenti da utilizzare per rinchiudere i debitori, e il ricorso a mazze da baseball e armi da fuoco. Le intercettazioni, secondo quanto riferito dagli investigatori, avrebbero inoltre confermato collegamenti diretti tra alcuni indagati e i vertici dei “Los Choneros”, indicati come la più potente e sanguinaria fazione criminale dell’Ecuador.

Pagamenti in moneta virtuale

Altro aspetto ritenuto particolarmente allarmante riguarda il sistema di pagamento. Per bypassare i controlli delle autorità bancarie e governative, l’organizzazione avrebbe fatto ricorso all’uso di moneta virtuale, così da trasferire capitali illeciti fuori dai circuiti finanziari tradizionali. Un meccanismo che, secondo gli investigatori, confermerebbe l’evoluzione del narcotraffico internazionale e la capacità delle organizzazioni criminali di utilizzare strumenti digitali per rendere più difficili i controlli.

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