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3 Giugno 2026
3 Giugno 2026
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Strage di Amendolara, la denuncia della Cgil: “Dietro il caporalato c’è il sistema della ’ndrangheta”

Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria, accusa: "Ispettorati al lumicino e un business criminale che muove migliaia di lavoratori tra Calabria, Basilicata e Puglia"

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La strage di Amendolara, in cui quattro braccianti sono stati bruciati vivi in un minivan, ha squarciato il velo su un sistema criminale radicato e senza scrupoli. Secondo la Cgil Calabria, quanto accaduto sulla statale 106 non è un episodio isolato, ma il tragico culmine di un modello di sfruttamento che ha le sue radici nella criminalità organizzata.
“L’agricoltura in Calabria è piena di questi caporali. Peraltro qui abbiamo il fenomeno del ‘caporale di emigrazione’: prendono i braccianti in Calabria e li portano a lavorare d’estate nel Metapontino, addirittura in Puglia, per poi utilizzarli di nuovo qui durante la stagione degli agrumi” spiega Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria. “È un sistema che fa capo alla ’ndrangheta, alle organizzazioni malavitose locali”.

Un orrore nato dalla richiesta di dignità

Il racconto del sopravvissuto ha gettato ulteriore luce sulla brutalità dei fatti. I lavoratori, assunti in un’azienda del potentino, non venivano retribuiti da aprile. La lite sarebbe nata proprio dalla richiesta di quei pagamenti dovuti, culminando nell’abominio del rogo.
“Ieri il superstite ha avuto modo di dichiarare che questi migranti lavoravano in un’azienda a Scanzano Ionico, in Basilicata, assunti dal 20 aprile, e non erano stati mai pagati” racconta ancora Trotta.
“La lite nasce dalle richieste di soldi, fino ad arrivare all’abominio umano di fermarsi ad un distributore di benzina, buttare del carburante e bruciare vive queste persone. È chiaro che appartengono ad un sistema criminale, perché il superstite ha parlato di droga e di pistole.

Servono controlli mirati e più ispettori

Per la Cgil, la risposta dello Stato deve essere ferma e immediata, partendo dal potenziamento degli uffici preposti. Oggi, però, la realtà è ben diversa: le risorse sono insufficienti a garantire un monitoraggio efficace del territorio.
“Gli organici degli ispettorati del lavoro sono ridotti al lumicino e non ce la fanno a svolgere il lavoro istituzionale che dovrebbero svolgere” tuona il segretario. “Bisognerebbe impiegare le forze dell’ordine ad hoc. Sulla statale 106 basta mettersi alle quattro del mattino per capire che ci sono tanti furgoni carichi di lavoratori, alcuni regolari, altri no. A fronte di un caporale c’è sempre un’azienda che si rivolge a lui.

La necessità di un cambio culturale

La battaglia contro il caporalato non può limitarsi solo alla repressione, ma richiede un’inversione di tendenza radicale nel comparto agricolo, dove spesso il risparmio sul costo del lavoro passa attraverso il sacrificio della dignità umana.
“Noi dobbiamo spingere sulle aziende, sul cambio culturale di queste imprese. Ma quando hai risparmiato in manodopera, cosa te ne fai se poi se ne va la vita umana e la dignità delle persone?” conclude Trotta. Un richiamo potente, che assume contorni ancora più drammatici se si guarda alla condizione di estrema vulnerabilità delle donne impiegate in questo settore.

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