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5 Giugno 2026
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“Bruciati vivi perché chiedevano un contratto”: il racconto choc del superstite della strage di Amendolara

Mohammad Taj Alamyar racconta agli investigatori gli ultimi minuti dell’orrore: “Ci tenevano chiusi dentro mentre l’auto bruciava”. Dietro il massacro, secondo il testimone, ci sarebbe una lite per soldi e contratto di lavoro

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Una storia di sfruttamento, violenza e morte che scuote la Calabria. A parlare è Mohammad Taj Alamyar, afghano di 35 anni e unico sopravvissuto alla strage di Amendolara, nel Cosentino, dove quattro migranti sono morti carbonizzati all’interno di un minivan trasformato in una trappola mortale. Le vittime sono il pachistano Waseem Khan, 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani (28 anni), Ullah Ismat Qiemi (19 anni) e Safi Iayjad (27 anni). Per il delitto sono stati arrestati due cittadini pakistani, Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi 31enni, accusati di omicidio plurimo pluriaggravato per futili motivi.

“Il motivo del litigio era il contratto di lavoro”

Davanti agli inquirenti, Mohammad ha ricostruito le ore precedenti al rogo, indicando nel mancato contratto lavorativo l’origine della lite. “Il motivo delle discussioni è stato il mancato contratto”, ha raccontato. Secondo la testimonianza, i lavoratori avevano chiesto regolarizzazione e pagamento dopo essere arrivati dalla Sardegna per lavorare nei campi. “Noi lavoratori abbiamo chiesto al soggetto vestito di bianco di farci un contratto lavorativo”, ha spiegato il superstite.

“Ci trattavano come schiavi”

Nel racconto emerge anche un contesto di presunto caporalato e condizioni disumane. “Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo in dieci”, ha detto Mohammad. Il 35enne ha poi riferito che uno degli aggressori avrebbe estratto un coltello durante il litigio, mentre il conducente del mezzo, indicato come “il capo”, avrebbe fumato hashish prima dell’aggressione.

L’auto cosparsa di benzina e le portiere bloccate

La ricostruzione del superstite diventa ancora più drammatica quando descrive gli istanti del rogo. Secondo Mohammad, il minivan si sarebbe fermato in una stazione di servizio. A quel punto il conducente avrebbe spento il motore, chiuso i finestrini e iniziato a versare benzina attorno e dentro il veicolo. “Ha cosparso anche il portabagagli di benzina”, ha raccontato. Poi il gesto estremo. “Ha dato fuoco alla macchina con un accendino”.

“Tenevano le portiere chiuse mentre i miei amici bruciavano”

Il passaggio più agghiacciante riguarda il tentativo delle vittime di uscire dall’auto in fiamme. “Ali ha appiccato il fuoco ed è scappato, mentre l’altro teneva la portiera chiusa per non fare uscire i miei amici seduti dietro”, ha dichiarato il superstite. Mohammad è riuscito a salvarsi soltanto lanciandosi dal portabagagli mentre il fuoco avvolgeva il mezzo. “Mi sono salvato perché mi sono lanciato dal bagagliaio”. A soccorrerlo sarebbero stati due passanti, un giovane albanese e un ragazzo arabo che si sono fermati dopo aver visto le fiamme.

L’accusa: “Volevano ucciderci perché chiedevamo soldi e contratto”

Per gli investigatori il racconto del superstite rappresenta un elemento centrale dell’inchiesta. Mohammad non ha dubbi sul movente. “Ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo”. Una frase che trasforma la tragedia di Amendolara in un caso simbolo dello sfruttamento dei migranti e delle condizioni estreme in cui spesso sono costretti a vivere e lavorare.

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