Amin, Ullah, Safi e Waseem. Quattro braccianti tra i 19 e i 29 anni, bruciati vivi dentro un minivan ad Amendolara, nella Sibaritide, lunedì 1 giugno.
Vivevano in dieci stipati in poche stanze e, stando al racconto dell’unico superstite, si erano ribellati perché non venivano pagati da oltre un mese.
Due connazionali di 31 anni vengono fermati con l’accusa di omicidio plurimo pluriaggravato; il caporalato resta una delle ipotesi al vaglio della Procura di Castrovillari, senza essere al momento formalmente contestato.
Una strage che ha scosso il Paese, fino al minuto di silenzio in Senato.
Una notizia così, dal forte impatto sulla pubblica opinione, giunge ai cittadini perché i cronisti scavano, raccontano testimonianze, incalzano, quasi old style. È proprio questo caso che la Federazione nazionale della stampa cita a esempio: se la cronaca fosse dipesa dai tempi della comunicazione ufficiale la notizia non sarebbe uscita con la stessa tempestività.
Da pochi giorni, però, le regole su come le procure parlano ai giornali sono cambiate. In peggio, per chi quei fatti li deve raccontare.
Cosa prevede la delibera
Il 10 giugno il plenum del Consiglio superiore della magistratura approva le nuove linee guida sulla comunicazione istituzionale degli uffici giudiziari. Il testo passa a maggioranza, con quattro voti contrari e tre astensioni.
Il provvedimento aggiorna le indicazioni del 2018 e le adegua al quadro europeo in materia di presunzione di innocenza, incluso il più recente intervento normativo del dicembre 2024 che limita la diffusione delle ordinanze di custodia cautelare nella fase delle indagini preliminari.
Tra l’altro, accanto alla presunzione di innocenza compare il principio della “protezione reputazionale” della persona, e da lì discende il resto.
Il comunicato scritto diventa sterile, mentre la conferenza stampa assume un ruolo marginale, ammessa solo in presenza di uno “specifico e concreto interesse pubblico”.
Le interviste dei magistrati vengono ristrette. E compare l’obbligo più discusso: se un ufficio dà notizia di un’indagine o di un arresto con un comunicato, dovrà poi diramarne uno opposto — pena possibili sanzioni disciplinari — qualora una decisione successiva smentisca in modo significativo l’accusa, anche a molti anni di distanza.
La firma
A riscrivere l’autodisciplina con cui la magistratura parla ai cittadini è, insieme al togato Michele Forziati, la consigliera laica Claudia Eccher. Avvocata, storica legale di Matteo Salvini.
Lei respinge l’accusa e sostiene che “parlare di bavaglio è una falsificazione degli intenti”, perché una notizia giudiziaria resta indicizzata per sempre e dare conto di un proscioglimento sarebbe un dovere di civiltà.
Resta il dettaglio politico: a ridurre il flusso dell’informazione giudiziaria è un’espressione dell’area leghista, in una materia in cui la politica prova da tempo a entrare dalla porta. Stavolta passa dalla finestra.
Il cronista ridotto a postino
Da qui l’effetto a cascata. Il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Bartoli, liquida le linee guida come “anacronistiche e fuori dal tempo”, con il rischio di consegnare ai cittadini un’informazione monca su fatti di interesse pubblico. Privilegiare il comunicato preconfezionato rispetto alla conferenza stampa, in cui si pongono domande, riduce il cronista a passa veline di notizie già filtrate.
La Federazione nazionale stampa italiana rincara la dose: non fornire ai giornalisti le ordinanze di custodia cautelare significa impedire cronache complete e lasciare campo libero al “mercato nero” delle informazioni.
Il paradosso è servito: a generare la fuga di notizie che la riforma vuole combattere potrebbe essere l’ombra che getta sulle notizie.
Il primo assaggio si è già visto a Reggio Calabria. Il 12 giugno il procuratore Giuseppe Borrelli dirama un comunicato di poche righe su un’ordinanza di custodia cautelare: nessun nome, nessun reato in chiaro, solo una sequenza di articoli del codice penale da decifrare. A registrarlo, sul Fatto Quotidiano, il collega Lucio Musolino, che vi legge il primo effetto visibile dell’“auto-bavaglio”.
La Procura non sta sbagliando, sta semlicemente applicando le nuove regole alla lettera.
Quanto resta davvero dell’interesse pubblico
Torniamo ad Amendolara, e alla domanda iniziale. Quattro ragazzi bruciati vivi nelle campagne dello Ionio: c’è interesse pubblico più “specifico e concreto” di così? Con queste regole, vicende del genere rischiano di dipendere più dal lavoro dei cronisti che dalla comunicazione delle istituzioni.
La cornice la disegna il governo Meloni, con la legge bavaglio. Il sistema di comunicazione appare oggi, quindi, più restrittivo, anche per effetto delle stesse linee guida adottate dalla magistratura.
Lo “specifico e concreto interesse pubblico” è riferito nella delibera.
Bisognerà vedere chi avrà ancora gli strumenti per accorgersene.









