30 Giugno 2026
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Marcinelle, la ferita calabrese: da Reggio a Rosarno, i nomi dimenticati della strage dei minatori

Nell’anniversario della tragedia del 1956 nella miniera belga di Bois du Cazier, il ricordo dei quattro lavoratori calabresi morti nel grisù riporta al centro l’emigrazione del Sud: una storia di lavoro, sacrificio e assenza dello Stato che ancora interroga la memoria collettiva della regione

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Quando Agazio Loiero, nel 2005, fu eletto presidente della Regione Calabria, il primo atto ufficiale che fece fu di recarsi a Marcinelle, in Belgio, per rendere omaggio ai minatori calabresi caduti nell’esplosione della miniera carbonifera che accadde giusto 70 anni fa. Ogni anno, quando arriva l’estate, si ricorda la tragedia di Marcinelle, che accadde, appunto, l’8 agosto del 1956, nella miniera di Bois du Cazier in Belgio. Un’esplosione di grisù costò la vita a 262 persone, di cui 136 italiani. Tra loro, c’erano quattro minatori calabresi: Antonio Danisi di Reggio Calabria – sposato con 4 figli, Pasquale Papa di Reggio Calabria – sposato con 4 figli, Pietro Pologruto di Petrizzi (CZ) e Vincenzo Sicari di Rosarno (RC). Questi ultimi due sposati senza figli.

Cosa c’è di nuovo rispetto agli altri anni? Il romanzo – verità

Niente, salvo la rilettura del saggio che scrisse, a suo tempo, il giornalista del Corriere della sera, Paolo Di Stefano, che pubblicò per Sellerio nel 2011, il libro “La catastròfa. Marcinelle, 8 agosto 1956”. Perché la catastròfa? Tale espressione – metà dialetto e metà francese – riguarda, appunto, l’incendio scoppiato a 975 metri sottoterra in una miniera del distretto carbonifero di Charleroi. Il messaggio più scomodo che viene, in queste pagine di Di Stefano, dalle parole dei superstiti è che essi furono e si sentirono orfani non solo della miniera ma, una seconda volta, orfani della Patria. Al di fuori delle celebrazioni rituali, la tragedia di Marcinelle è caduta, da subito, in un colpevole oblio: questo libro la racconta, riportando alla memoria l’epica spesso dolorosa della nostra emigrazione. Una sorta di romanzo-verità, a più di mezzo secolo di distanza, che non usa altre parole se non quelle ricche di fervore delle vittime e quelle avare dei documenti ufficiali di raggelante insensibilità. Le loro voci portano il lettore nei cunicoli arroventati della miniera incendiata, negli anfratti dov’era cercato disperato rifugio, e su in superficie tra i pianti delle famiglie, il frastuono dei soccorsi e le frasi sgomente delle prime dichiarazioni; lo conducono lì intorno, nelle baracche e le botteghe dove si svolgeva la vita interrotta. E scorrono poi avanti e indietro nel tempo rispetto al presente della tragedia: ai paesi d’origine, tra poesia del ricordo e miserie primitive, all’incredibile assenza dello Stato italiano (non fu visto un presidente, non un ministro), alla parzialità dell’inchiesta successiva, all’inerzia della giustizia, e infine al solitario, silenzioso e fiero riadattamento alla vita straniera di chi rimase. Questo libro induce a riflettere su diverse parole-chiave, quali: lavoro, dignità, sicurezza, emigrazione, patria, giusta remunerazione. Parole incerte e bisognose, oggi come allora, di chiarezza.

De Stefano racconta

“Ho incontrato – racconta De Stefano – vecchi minatori, vedove e orfani. Mi sono calato nei pozzi profondi dei loro ricordi belli e brutti, dei pensieri, delle rabbie e dei risentimenti, per salvare quelle voci dopo cinquant’anni e portare in superficie ciò che resta del dolore individuale e collettivo”. È un romanzo-verità sulla tragedia di Marcinelle. Un superstite disse all’Autore: “Ma alla fine abbiamo mandato giù papà al cimitero, mentre noi abbiamo rimasto qui in Belgio e non ce l’ho mai domandato alla mamma, che ora ha novantasei anni, perché ha voluto prendere questa decisione di non muoversi più dal Belgio”. Questi superstiti – ci dice lo scrittore – furono e si sentirono orfani non solo della miniera ma, una seconda volta, orfani della patria. Ab origine, tra il 1946 e il 1956, più di 140mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia. Era il prezzo di un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva un gigantesco baratto: l’Italia doveva inviare in Belgio 2mila uomini a settimana e, in cambio dell’afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore. Negli anni recenti il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato un censimento chiamato “I siti minerari italiani”. In quella mappa la Calabria contò 60 giacimenti principalmente di zolfo e feldspati (utilizzati per la produzione di ceramiche e vetro), di grafite, salgemma, caolino, oro, argento, rame. Per Marcinelle ci furono due processi, che portarono nel 1964 alla condanna di un ingegnere (a 6 mesi con la condizionale). In ricordo della tragedia, oggi la miniera Bois du Cazier è patrimonio Unesco. Ma, nel tempo, non ci fu solo Marcinelle. Le altre due tragiche “M”, furono Monongah e Mattmark, che, bisogna subito precisare, non furono di serie B rispetto alla sciagura di Marcinelle. Infatti il 6 dicembre 1907 c’era stato un precedente, ancora, se possibile, più devastante: nella miniera di Monongah, in Virginia, un’esplosione uccise un migliaio di minatori, di cui quasi 200 italiani. I calabresi che perirono furono 40, anche se non s’è mai saputo il numero esatto. A loro fu dedicato un monumento a San Giovanni in Fiore a cura del Consiglio regionale calabrese. Il primo e forse ultimo monumento a memoria della immane tragedia.

Le vittime “ufficiali”

Le vittime “ufficiali” italiane erano immigrati soprattutto provenienti da località molisane, calabresi e abruzzesi. È bene ricordare che a quel tempo gli statunitensi consideravano gli italiani più simili ai neri che ai bianchi. Ciò non è accettabile ma, forse, comprensibile se si considera che l’emigrazione di lavoratori italiani verso gli Stati Uniti iniziò sostanzialmente con l’abolizione dello schiavismo negli Stati Uniti (stabilita a livello federale nel 1865 con il XIII Emendamento della Costituzione) e il conseguente rifiuto dei neri di sopportare condizioni di lavoro, economiche o ambientali, che furono invece accettate dagli italiani. I calabresi erano originari di San Giovanni in Fiore, San Nicola dell’Alto, Falerna, Strongoli, Gizzeria, Castrovillari e Lago. La tragedia di Mattmark in Svizzera accadde il 30 agosto 1965, dove crollò una diga che spezzò 88 vite, di cui 56 italiane, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e un apolide. Ancora San Giovanni in Fiore pagò il prezzo più alto con 7 lavoratori morti. Questi i loro nomi: Giuseppe Audia, Gaetano Cosentino, Fedele Laratta, Francesco Laratta – figlio di Fedele -, Bernardo Loria, Antonio Talerico e Salvatore Veltri.

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