2 Novembre 2026
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Massimo Palanca, il re dei gol impossibili: “Piedino di fata” racconta il suo Catanzaro e il calcio che non c’è più

Dai gol direttamente dalla bandierina al legame indissolubile con la città giallorossa. L’ex bomber si racconta in un’intervista a La Verità, tra ricordi, famiglia e critiche al calcio moderno

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Ci sono calciatori che vengono ricordati per i trofei conquistati e altri che riescono a lasciare un segno attraverso una giocata diventata inconfondibile. Massimo Palanca appartiene a questa seconda categoria. Il suo nome è legato soprattutto al Catanzaro e a una specialità che lo ha reso riconoscibile in tutto il panorama calcistico italiano: il gol direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo.

Il suo sinistro, capace di imprimere traiettorie particolari al pallone, gli è valso il soprannome di Piedino di fata. Una caratteristica tecnica diventata nel tempo il tratto distintivo di un attaccante che ha costruito una parte importante della propria popolarità proprio con le conclusioni dalla distanza e le reti impossibili.

Nell’intervista pubblicata da La Verità oggi, lunedì 2 novembre 2026, a pagina 16, con la firma di Roberto Faben, l’ex calciatore ripercorre le tappe della propria storia sportiva e personale. Tra i temi affrontati c’è anche il calcio contemporaneo, nel quale, secondo Palanca, si vedono sempre meno tentativi di realizzare gol direttamente da calcio d’angolo.

Dall’infanzia nelle Marche al primo pallone

La storia calcistica di Palanca comincia nelle Marche. Nato il primo agosto 1953 all’ospedale di Loreto, è cresciuto a Porto Recanati, dove il pallone faceva già parte della quotidianità familiare.

Il padre lavorava come custode del campo sportivo ed era stato a sua volta un calciatore. Anche il fratello aveva seguito la stessa strada. Un ambiente nel quale il calcio non rappresentava soltanto uno sport, ma una presenza costante.

Palanca racconta “di aver trascorso gran parte dell’infanzia con un pallone tra i piedi, giocando anche da solo quando non era impegnato con la scuola. Le prime esperienze arrivano proprio nell’ambiente sportivo del paese, dove comincia a confrontarsi con il calcio organizzato”.

È in quegli anni che prende forma la tecnica destinata a caratterizzare la sua carriera. Il controllo del pallone e soprattutto la capacità di imprimergli effetti particolari diventano progressivamente le sue qualità più riconoscibili.

Catanzaro, una maglia diventata parte della sua storia

Il rapporto con il Catanzaro rappresenta uno dei capitoli centrali del racconto. La squadra calabrese è stata il palcoscenico sul quale Palanca ha costruito una parte fondamentale della propria notorietà, diventando uno dei protagonisti più amati dalla tifoseria.

L’esperienza in giallorosso è legata a stagioni importanti, a risultati sportivi e a un rapporto con la città che è andato oltre il semplice legame professionale tra un calciatore e la sua squadra.

Palanca ricorda anche “le difficoltà e le tensioni che accompagnavano i campionati di quegli anni. A Catanzaro, racconta, non sempre si vivevano stagioni tranquille: le ambizioni di promozione e il rischio di retrocessione rendevano particolarmente intenso il confronto sportivo”.

Il suo nome è rimasto associato soprattutto alle reti spettacolari e alla capacità di sorprendere i portieri avversari. I gol direttamente da calcio d’angolo sono diventati una sorta di firma personale, una soluzione tecnica che richiedeva precisione, sensibilità e una conoscenza particolare delle traiettorie.

I gol da calcio d’angolo e un calcio che non c’è più

Tra i passaggi più interessanti dell’intervista c’è il confronto tra il calcio della sua generazione e quello attuale. Palanca osserva “come oggi siano sempre meno frequenti i tentativi di segnare direttamente dalla bandierina. Una giocata che richiede coraggio, tecnica e una particolare capacità di leggere la posizione del portiere, ma che nel suo repertorio rappresentava una soluzione concreta”.

L’ex attaccante affronta anche il tema del modo in cui oggi vengono raccontate le partite. Spiega “di preferire guardarle senza audio”, perché non apprezza particolarmente “il continuo intervento degli opinionisti durante la trasmissione”.

Nel suo ricordo, “la telecronaca di figure come Bruno Pizzul e Nando Martellini lasciava maggiore spazio alla partita e alla valutazione dello spettatore”. Un modo diverso di seguire il calcio, nel quale il racconto televisivo accompagnava il gioco senza sovrapporsi continuamente a ciò che accadeva in campo.

La vita lontano dal rettangolo verde

L’intervista di Faben non si limita agli aspetti tecnici e ai ricordi sportivi. Nel colloquio trovano spazio anche la famiglia e il rapporto con Catanzaro, città che ha avuto un ruolo importante nella vita di Palanca.

Nel racconto emergono anche riferimenti ai figli e al percorso familiare, intrecciato con gli anni trascorsi in Calabria. La permanenza a Catanzaro ha rappresentato infatti “una fase significativa non soltanto sul piano professionale, ma anche nella costruzione della sua vita privata”.

Il ricordo di un protagonista del calcio italiano

Il nome di Massimo Palanca continua a essere associato a una stagione particolare del calcio italiano, quando le qualità individuali e le soluzioni tecniche dei singoli giocatori potevano diventare un marchio riconoscibile.

Il suo rapporto con il Catanzaro, le reti direttamente da calcio d’angolo e il sinistro capace di disegnare traiettorie insolite restano gli elementi centrali di una carriera che ha lasciato un segno nella memoria dei tifosi.

Nell’intervista pubblicata da La Verità, Palanca torna su quegli anni attraverso ricordi personali, episodi della carriera e considerazioni sul calcio attuale. Un racconto che attraversa la sua formazione nelle Marche, l’esperienza in Calabria e il rapporto con una città che continua a riconoscerlo come uno dei suoi protagonisti sportivi.

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