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6 Maggio 2026
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Il clan dei Gaglianesi e il tentativo di corrompere dipendente della Corte di Appello di Catanzaro

Negli atti dell'inchiesta della Dda, nome in codice Clean Money, il tentativo di "A Ditta", all'anagrafe Lorenzo Iiritano di cercare vie facili per risolvere i suoi guai giudiziari

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A “Ditta”, 65 anni di Catanzaro, inteso “Enzo”, all’anagrafe Lorenzo Iiritano uomo di vertice del “Clan dei Gaglianesi”, viene identificato dalla Dda come il decisionista del clan dei Gaglianesi, il tramite con le altre ‘ndrine: dagli Arena – Nicoscia” di Isola di Capo Rizzuto, ai Trapasso, agli Scerbo – Mannolo di San Leonardo di Cutro, ai Grande Aracri di Cutro, agli “Iozzo” di Chiaravalle Centrale, ai “Carpino- Tatraculo” di Petronà (CZ) , ai “Catarisano” di Borgia (CZ), colui che mantiene i rapporti con il clan degli zingari. Dirige le azioni concrete da compiere nel territorio di Catanzaro e comuni limitrofi, impartendo puntuali disposizioni agli altri associati a lui subordinati. Partecipa con gli altri sodali alle estorsioni ed al controllo del territorio, rinveste parte degli utili delle attività illecite della cosca in operazioni commerciali lecite, gestite da imprenditori compiacenti.

Il tentativo di risolvere i guai giudiziari attraverso vie facili

Ma è anche colui che tenta di risolvere i suoi problemi giudiziari tentando vie facili. Nell’informativa del Reparto operativo del Nucleo investigativo dei carabinieri, allegata agli atti dell’inchiesta della Dda di Catanzaro, nome in codice Clean Money, che il 27 febbraio scorso ha inferto un duro colpo al clan dei Gaglianesi, portando all’arresto di 22 persone e a 34 indagati tra Catanzaro, Toscana e Brianza, emerge il tentativo di Lorenzo Iiritano di corrompere una dipendente della Corte d’Appello di Catanzaro, facendo leva sull’amicizia del marito. Dall’attività tecnica eseguita dai militari dell’Arma risulta che il 17 febbraio 2015, Pancrazio Opipari, mentre è in auto con l’uomo di vertice del clan dei Gaglianesi, contatta la moglie per riferirle che sta per spegnere il telefono e che non sarebbe stato rintracciabile da quel momento. Sulla scorta di questo comportamento, gli investigatori ipotizzano, che i due dovessero recarsi in un luogo dove non volevano essere rintracciati con i cellulari.

“Io non mi rovinerei neanche per tutto l’oro del mondo”

 Subito dopo, Opipari e Iiritano si recano in una Casa di cura nel quartiere Pontepiccolo di Catanzaro. Dopo circa trenta minuti di permanenza all’interno della struttura sanitaria, risalgono a bordo dell’auto monitorata e commentano la visita appena fatta ad un uomo, che era ricoverato in quella clinica. I due accennano alla moglie presente anche lei poco prima all’interno della struttura sanitaria e che lavorava in Tribunale, precisamente in Corte d’Appello. Iiritano ripete quello che la signora le aveva fatto presente poco prima : “io non mi rovinerei neanche per tutto l’oro del mondo… io faccio il mio lavoro… […] siete amico di mio marito… amico mio… dice… però del lavoro mio non...”; l’Iritano aggiunge anche la sua risposta alla donna: “io non vi ho detto niente”, dicendosi rammaricato della mancata disponibilità ricevuta da lei visto che la stessa, lavorando in Corte d’Appello, aveva la possibilità di visionare tutta la documentazione giudiziaria:“è alla Corte d’Appello lei… e gli passano tutte le carte… solo che… mannaggia alla miseria…”. Opipari commenta che, trattandosi di una donna, era però da ritenersi scontato un rifiuto: “e’ una femmina zii… eh… eh… […] le femmine Ezie’… prendono lo stipendio…”. Sulla scorta del dialogo intercettato è chiaramente ipotizzabile, secondo quanto riportato nell’informativa, che Lorenzo avesse avanzato nei confronti della donna impiegata in Corte d’Appello una richiesta volta a favorire la propria persona, ricevendo un netto rifiuto.

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