“Continuare a ignorare le evidenze scientifiche sulla vulnerabilità dell’acquifero della Lamezia Terme non è più una posizione neutrale. È una scelta che espone il territorio a conseguenze concrete. I dati raccolti nella Carta della Vulnerabilità Integrata, adottata dalla Regione Calabria, descrivono una realtà chiara: il sistema idrico sotterraneo è già sotto pressione e le criticità sono documentate. Non siamo di fronte a scenari ipotetici, ma a condizioni già rilevate – si legge in uno studio del geologo Mario Pileggi del Consiglio Nazionale Amici della Terra -. Serve passare dalla consapevolezza alla gestione attiva del rischio”.
Un acquifero strategico ma fragile
Dice ancora Pileggi: “La Piana di Sant’Eufemia rappresenta uno dei sistemi più delicati del Mezzogiorno. Il sottosuolo, composto da sabbie e ghiaie altamente permeabili, consente una rapida infiltrazione dell’acqua — ma anche degli inquinanti. La falda, spesso superficiale, accelera ulteriormente i tempi di contaminazione. Ne deriva un paradosso: una risorsa idrica preziosa ma intrinsecamente vulnerabile”.
Pressioni ambientali: le principali fonti di rischio
Aggiunge l’esperto: “Il quadro si complica per l’intensità delle attività umane presenti nell’area. Tra i principali fattori critici: Attività industriali: utilizzo di metalli pesanti, solventi e idrocarburi; Agricoltura intensiva: fertilizzanti, pesticidi e reflui zootecnici; Scarichi civili: sistemi fognari incompleti o inefficaci; Discariche e rifiuti: fonti diffuse e spesso non controllate; Infrastrutture di trasporto: rischio di sversamenti accidentali. Le anomalie nelle acque sotterranee dimostrano che la contaminazione non è un rischio futuro, ma una realtà già in atto”.
Il problema dei “cocktail chimici”
Pileggi annota: “La contaminazione non riguarda una singola sostanza, ma miscele complesse: Metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio) persistenti e bioaccumulabili; Composti inorganici (nitrati, solfati) altamente mobili; composti organici (idrocarburi, pesticidi) variabili per comportamento e durata. Questi “cocktail chimici” rendono più difficile sia la valutazione del rischio sia le operazioni di bonifica”.
Le tre aree di vulnerabilità
Il geologo sottolinea: “La Carta distingue tre livelli chiave: Alta vulnerabilità fascia costiera e aree industriali: rischio immediato; Vulnerabilità moderata zone agricole e urbane: rischio cumulativo; Bassa vulnerabilità aree pedemontane: condizioni più stabili. Questa classificazione guida le priorità di intervento: più rischio significa più controlli e restrizioni.Nel contesto delle politiche territoriali, iniziative come il progetto “Intrecci – Abitiamo il Lametino” assumono un valore che va oltre il sociale. Intervenire su situazioni insediative critiche, come Scordovillo, significa anche ridurre la pressione ambientale sulle aree più vulnerabili”.
Dalla conoscenza all’azione
La Carta della Vulnerabilità Integrata non è solo uno strumento tecnico, ma una base operativa per: monitoraggio continuo; pianificazione consapevole; partecipazione informata. “La conoscenza scientifica deve diventare il presupposto di ogni scelta territoriale – evidenzia lo studioso -. La Piana di Sant’Eufemia è un territorio strategico, ma esposto. La tutela della falda non riguarda solo l’ambiente: coinvolge direttamente la sicurezza idrica e la qualità della vita delle comunità. Ignorare i dati oggi significa pagare un prezzo più alto domani”.






