Un tempo il caro carburante fermava strade, porti e raffinerie, mentre oggi sembra mettere in moto soltanto il pollice con cui scriviamo un post indignato, perché il prezzo del pieno continua a trasformare la mobilità in una tassa sulla distanza e, soprattutto in Calabria e nei territori in cui il trasporto pubblico non rappresenta una vera alternativa, l’automobile non è un lusso ma una necessità per andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola o raggiungere un ospedale. Non serve sostenere che il carburante costi già tre euro ovunque, perché non è così, per riconoscere una realtà comunque pesantissima: il gasolio in modalità self viaggia ormai intorno ai 2,30 euro nelle medie nazionali, aumenta in autostrada e in alcuni impianti serviti ha già sfiorato i tre euro, mentre ogni rincaro alla pompa finisce inevitabilmente per entrare anche nel prezzo della spesa, dei servizi e di qualsiasi merce trasportata.
Quando il caro carburante portava la protesta nelle strade
L’Europa, e anche l’Italia, ricordano reazioni molto diverse, perché nel 2000 le proteste francesi contro il caro carburante coinvolsero autotrasportatori, agricoltori, pescatori e tassisti ottenendo alcune concessioni fiscali, nel gennaio del 2012 in Sicilia i Forconi, insieme ad autotrasportatori, agricoltori e pescatori, occuparono strade e porti contro l’aumento dei carburanti, delle tasse e dei costi di trasporto, mentre nel 2018 i Gilet gialli costrinsero il governo francese a ritirare il previsto aumento delle imposte sui carburanti. Non bisogna trasformare quelle esperienze in miti, perché i blocchi provocarono disagi enormi e la violenza non può mai diventare una scorciatoia politica, ma esse ci ricordano una verità elementare che abbiamo quasi dimenticato: il potere non teme la rabbia in sé, teme la rabbia quando diventa organizzazione, richieste precise, continuità e capacità di rendersi impossibile da ignorare.
La rabbia finisce sui social e muore lì
Oggi, invece, il più efficace degli anestetici potrebbe essere proprio la sensazione di avere già fatto la nostra parte soltanto perché ci siamo sfogati sui social, dal momento che il post funziona come una valvola che libera la pressione prima che possa trasformarsi in partecipazione, così scriviamo, condividiamo, insultiamo, raccogliamo qualche consenso e poi torniamo da soli davanti alla stessa pompa di benzina. Il social è diventato il nuovo bar, con una platea immensamente più grande ma con lo stesso peso politico, cioè nessuno, se dopo lo sfogo non nascono un’associazione, un comitato, una petizione con una scadenza, un’iniziativa dei consumatori, un’assemblea pubblica o una protesta civile e organizzata, perché non siamo diventati più pazienti ma soltanto più isolati e abbiamo cominciato a vivere un problema collettivo come una disgrazia privata.
Non servono nuovi Forconi, serve riscoprire il “noi”
Dire che nessuno stia facendo assolutamente nulla non sarebbe esatto, perché sono stati introdotti tagli temporanei alle accise, ma uno sconto d’emergenza che cambia dopo pochi giorni non può sostituire una politica seria, fondata sulla trasparenza dell’intera formazione del prezzo, su controlli efficaci degli aumenti anomali, su un meccanismo automatico capace di attenuare davvero gli shock e su aiuti mirati a chi vive o lavora nei territori privi di alternative all’automobile. Non abbiamo bisogno di tornare ai Forconi, ma di riscoprire il “noi”, perché una democrazia diventa anestetizzata quando i cittadini confondono l’espressione della rabbia con l’azione e chi governa comprende che ogni indignazione evaporerà prima di produrre conseguenze, lasciandoci con un pieno sempre più costoso e una protesta diventata gratuita, e proprio per questo completamente priva di peso.













