Prima di partire bisogna mettere sul tavolo circa 3.000 euro di gasolio. Poi raggiungere Milano, consegnare la merce e tornare. Alla fine, racconta l’imprenditore, i serbatoi sono di nuovo vuoti. È davanti a un camion, indicando dove finisce il carburante e quanto costa riempirlo, che la protesta prende una misura concreta. A raccogliere la testimonianza è Lino Polimeni. L’interlocutore lavora nell’autotrasporto, paga gli autisti e conosce il mestiere anche dall’interno della cabina. Il suo racconto tiene insieme il prezzo del gasolio, le tariffe che non recuperano gli aumenti e la distanza tra chi viaggia e chi decide. “Per riempire questi qua ci vogliono quasi 3.000 euro di carburante”, spiega mostrando i serbatoi. Polimeni gli domanda se quel pieno basti per raggiungere Milano. La risposta è immediata: “Vado a Milano e torno. Quando sono tornato non ce n’è più”.
“In un viaggio loro guadagnano 1.500 euro”
L’accusa più dura riguarda il peso di IVA e accise. Nel conto proposto dall’imprenditore, una parte consistente della spesa per il rifornimento finirebbe allo Stato. “Quando io parto da qua, vado a Milano e ritorno, loro guadagnano 1.500 euro”, sostiene. Poi aggiunge: “Seduti sulle scrivanie, senza fare niente”. Polimeni gli chiede se si riferisca a un solo mezzo. “Con un solo mezzo”, risponde. E invita a moltiplicare quella cifra per i camion che ogni giorno attraversano l’Italia. I 1.500 euro sono una stima dell’intervistato, non un gettito verificato sul suo rifornimento. Per determinarlo servono quantità acquistate, aliquote applicabili e agevolazioni spettanti. L’IVA al 22%, inoltre, non equivale al 22% del prezzo finale: su una spesa di 3.000 euro già comprensiva d’imposta, la quota IVA è di circa 541 euro. A questa si aggiunge l’accisa. Per il gasolio commerciale l’Agenzia delle dogane prevede, alle condizioni stabilite, benefici sull’accisa: anche questi vanno considerati prima di quantificare il prelievo effettivo.
Il serbatoio del frigo e il costo della merce fresca
Nel racconto entra anche il carburante necessario a mantenere refrigerati gli alimenti. L’imprenditore indica un altro serbatoio, da 280 litri, destinato al gruppo frigorifero del semirimorchio. “Sono 1.500 litri di carburante”, afferma riferendosi al quantitativo complessivo indicato nel colloquio. I prezzi citati oscillano tra 2,19 e 2,30 euro al litro: applicati a 1.500 litri, significano rispettivamente 3.285 e 3.450 euro. Il trasporto della merce fresca, dunque, comporta nel suo esempio una spesa che supera i tremila euro considerando tutti i serbatoi richiamati. Il camion deve muoversi, ma il carico deve anche conservarsi durante il viaggio. “Il problema più grande ce l’abbiamo noi del Sud. La Calabria e la Sicilia ce l’abbiamo il problema”, denuncia. Per spiegare lo svantaggio richiama la tratta verso Milano e il ritorno: chilometri da percorrere e carburante da anticipare.
Gasolio più caro, tariffe che recuperano poco
Polimeni gli chiede di spiegare il cosiddetto “fuel”, l’adeguamento delle tariffe legato all’andamento del gasolio. “È un aumento del prezzo delle tariffe in base all’andamento del gasolio”, risponde l’imprenditore. Ma, secondo la sua esperienza, il recupero sarebbe insufficiente: “Il 5 e il 6%, quando noi abbiamo avuto il 40% d’aumento di carburante”. Nel confronto che propone, il prezzo sarebbe passato da 1,60 euro a marzo a 2,30 euro al litro. Un incremento di circa il 44%, calcolato sui valori da lui citati. Sono cifre riferite alla sua testimonianza, che non rappresentano automaticamente il prezzo medio nazionale. La contestazione riguarda il rapporto tra costi sostenuti e compensi ricevuti: il rifornimento si paga prima del viaggio, mentre l’adeguamento della tariffa, sostiene, copre soltanto una parte del rincaro.















