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20 Marzo 2026
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Centro Calabrese di Solidarietà, 40 anni di rinascite: una comunità che non lascia indietro nessuno

A Catanzaro una celebrazione fatta di storie, emozioni e nuove speranze

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Una festa intima. Ma densa di calore ed emozioni. Di quelle che parlano piano, ma arrivano dritte al cuore. Dove si spengono le candeline e si continuano ad accendere speranze e opportunità.
Il Centro Calabrese di Solidarietà Ets ha festeggiato oggi i suoi quarant’anni così: insieme. Operatori, volontari, direttivo e soprattutto loro, gli ospiti di Villa Emilia, nel pieno del loro percorso di rinascita.
Quarant’anni racchiusi in un numero, ma dentro c’è un mondo fatto di storie, cadute e ripartenze.

Le origini: una risposta a un’emergenza sociale

Il Centro nasce tra il 1986 e il 1987, dal desiderio di un gruppo di volontari uniti da un obiettivo semplice e rivoluzionario insieme: affrontare la tossicodipendenza, in anni difficili segnati dall’esplosione dell’eroina e dell’Aids.
I primi passi si muovono in una piccola struttura, accanto a un’associazione di famiglie che sostenevano i genitori e i parenti di chi intraprendeva un percorso di cambiamento.
Alla testa del progetto, partito da una stanzetta piccola e umida, don Mimmo Battaglia, oggi cardinale a Napoli, che resta sempre accanto al suo Centro e ai suoi ragazzi e alle sue ragazze.
Da subito emerge una consapevolezza chiara: non basta uscire dalla dipendenza, bisogna ricostruire una vita.

Dalla cura alla prevenzione e al reinserimento

Accanto al percorso terapeutico nasce così un progetto di formazione e reinserimento lavorativo, perché senza autonomia non c’è libertà possibile.
Poi arriva la prevenzione, prima con gli adolescenti, poi con i genitori, in un dialogo costante con il territorio.
E ancora, una nuova urgenza: quella delle donne, spesso segnate da storie di violenza, sfruttamento, marginalità. Da qui prende forma la Casa Rifugio “Mondo Rosa”, con il centro antiviolenza, che ancora oggi accoglie e protegge donne e bambini, offrendo loro un riparo sicuro e una possibilità di ripartenza.
Una storia che cresce e si trasforma, senza mai perdere la sua radice.

La crescita: da una stanza a una comunità

“Siamo partiti senza quasi nulla, con pochissimi strumenti e una sola macchina. Il primo computer ci è stato regalato, e gli utenti erano pochissimi: i primi due sono diventati, di fatto, i figli del Centro”, racconta la presidente Isolina Mantelli.
Un cammino costruito giorno dopo giorno, incontro dopo incontro.
“Nel tempo, tutte le persone che ci hanno affiancato hanno avuto un ruolo nella nostra vita: alcuni come operatori, altri con affetto e amore. Non avrei mai immaginato che saremmo arrivati fin qui”.
Oggi quel “qui” è una realtà ampia, viva e radicata nel territorio.
“Non siamo più quattro operatori, ma una comunità fatta di tante persone, tanti ragazzi, tante iniziative, più sedi, tanti sogni e sempre più possibilità di realizzarli”.

Le difficoltà e la forza di restare

Non sono mancate le difficoltà, anche legate a un contesto non sempre semplice.
“In una città come Catanzaro, spesso non semplice e talvolta poco incline a sostenere lo sviluppo di certe realtà, sembrava davvero difficile poter costruire qualcosa di così duraturo. E invece oggi siamo qui”.
Il senso resta limpido: accompagnare i sogni degli altri e stare accanto a chi ha bisogno.

I volti e le emozioni di un percorso condiviso

Durante la giornata si sono susseguiti ricordi, parole, emozioni.
Come quelle della direttrice amministrativa Vittoria Scarpino: “Tutto è partito da un tavolino e da una scrivania, in una stanza fredda e umida. Guarda dove siamo oggi. Sono onorata di aver contribuito alla crescita di questo posto magico, ogni giorno, sassolino dopo sassolino”.
E poi uno sguardo al futuro: “Dietro ogni nome che arriva in ufficio c’è una persona. Ed è questo che ci dà la forza di continuare. Voi siete la nostra forza”.

Una comunità che non lascia indietro nessuno

Il Centro diventa così qualcosa che va oltre ogni definizione.
“È famiglia, nel senso più profondo e anche contraddittorio del termine. È appartenenza. È il luogo in cui riusciamo a fare qualcosa che ha senso. È un’alchimia”.
Qui la fragilità non è una condanna, ma un punto di partenza.
Una carezza, una parola, una presenza possono cambiare una vita. Possono trasformare il buio in una strada possibile.
La gentilezza diventa forza, il sostegno quotidiano un percorso condiviso.

Il senso di quarant’anni

E forse è proprio questo il significato più profondo di questi quarant’anni: aver costruito una comunità che accoglie, non giudica e cammina accanto.
Una comunità che continua a credere, ostinatamente, che ogni vita possa trovare la sua strada. Anche quando tutto sembra perduto.

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