× Sponsor
3 Marzo 2026
6.3 C
Calabria
spot_img

Depositi costieri di Vibo Marina, il Comune dice no ai petrolieri (ma con garbo): “Rinnovo solo se se ne vanno”

Il Comune di Vibo boccia il rinnovo ventennale della concessione a Meridionale Petroli. Apertura solo a un rinnovo breve e vincolato alla delocalizzazione degli impianti nell'area industriale di Porto Salvo

spot_imgspot_img
spot_imgspot_img

Altro che semplice rinnovo tecnico. Dietro la richiesta ventennale di proroga della concessione demaniale marittima avanzata da Meridionale Petroli S.p.A. nel porto di Vibo Marina si gioca una partita molto più ampia: il futuro stesso del litorale vibonese. E il Comune di Vibo Valentia, con un documento formale, firmato dal sindaco Enzo Romeo, indirizzato all’Autorità di Sistema Portuale di Gioia Tauro e a una lunga lista di enti istituzionali (Prefettura e Regione tra gli altri), mette le carte in tavola: così non si può andare avanti.

La linea è chiara, anche se espressa con linguaggio istituzionale e toni apparentemente concilianti: i depositi petroliferi sono incompatibili con la Vibo Marina di oggi. Non con quella degli anni ’80 o ’90, ma con una città che negli ultimi vent’anni ha cambiato pelle, vocazione e ambizioni. La data da segnare in rosso è quella del 19 dicembre giorno in cui si terrà la conferenza dei servizi con all’ordine del giorno il rinnovo dei permessi a Meridionale Petroli

Da porto industriale a waterfront turistico

Il Comune, nel documento datato sembra 2025, parte da un dato politico inequivocabile: la delibera unanime del Consiglio comunale di marzo 2025, che certifica la trasformazione di Vibo Marina in un polo sempre più orientato a turismo, nautica da diporto, pesca, trasporto passeggeri, ristorazione e servizi. Una dinamica “spontanea”, scrive l’amministrazione, che ha trovato solo tardivamente una ratifica formale.

In questo quadro, la presenza di uno stabilimento classificato a rischio di incidente rilevante (Seveso III) nel cuore del porto diventa un corpo estraneo. I perimetri di sicurezza, le limitazioni urbanistiche, le zone interdette alla piena fruizione pubblica soffocano ogni ipotesi di sviluppo. Tradotto: niente nuovi investimenti, niente waterfront, niente porto turistico degno di questo nome.

Il nodo sicurezza: il rischio che nessuno vuole dire ad alta voce

Il punto più delicato – e politicamente esplosivo – è quello della sicurezza pubblica. La sola esistenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE) dice già molto. Esplosioni, incendi, dispersione di sostanze tossiche: scenari che, in un’area densamente frequentata da residenti e turisti, assumono un peso difficilmente sostenibile.

Il Comune elenca criticità precise: viabilità inadeguata, accessi congestionati, attività commerciali e aree di sosta che renderebbero problematica qualsiasi evacuazione. Senza contare le ombre sulla piena conformità ambientale dell’impianto, oggetto – si legge tra le righe – di recenti accertamenti tutt’altro che rassicuranti.

La proposta: non chiudere, ma spostare

Qui arriva il passaggio politicamente più interessante. Palazzo Luigi Razza non chiede la chiusura dei depositi, né imbocca la strada dello scontro frontale. Propone invece una soluzione “win-win”: delocalizzare.

Come? Con un rinnovo a termine breve, non ventennale, vincolato a un impegno formale e stringente dell’azienda a trasferire l’impianto in un’area industriale più idonea. Nero su bianco, con clausole vincolanti, cronoprogrammi, penali e revoca della concessione in caso di inadempienza.

Il sito individuato è quello dell’area industriale di Porto Salvo, in sinergia con CORAP e ARSAI, già strutturata per ospitare attività produttive e in grado di garantire le distanze di sicurezza previste dalla normativa. Non solo: il Comune chiede anche la salvaguardia integrale dei livelli occupazionali, per evitare che la transizione si scarichi sui lavoratori.

Un tavolo tecnico per uscire dall’ipocrisia

Per evitare che tutto finisca nel solito cassetto, l’amministrazione propone l’istituzione di un Tavolo Tecnico Permanente con Autorità portuale, Regione, Prefettura, azienda e consorzi industriali. Un organismo operativo, non l’ennesima passerella, con il compito di monitorare e far rispettare gli impegni.

Il messaggio finale è politicamente netto: l’attuale collocazione degli impianti è insostenibile. E la richiesta di rinnovo della concessione non è una pratica amministrativa qualunque, ma “un’occasione unica” per risolvere definitivamente una contraddizione che dura da decenni.

Ora la palla passa all’Autorità di Sistema Portuale e agli altri enti coinvolti. Accogliere le osservazioni del Comune significherebbe ammettere che il tempo dei compromessi silenziosi è finito. Ignorarle, invece, vorrebbe dire continuare a far convivere – ancora per vent’anni – petrolio, turismo e rischio industriale nello stesso fazzoletto di costa. Una miscela che, a Vibo Marina, sempre più cittadini non sono disposti ad accettare.

spot_imgspot_img

ARTICOLI CORRELATI

ULTIME NOTIZIE