Sono sempre di più quelli che, in questo periodo, accusano il mal di festa. Stato d’animo temporalmente circoscritto, sintomo di qualcosa di più profondo o altro?
Abbiamo voluto indagare il malessere che accomuna molti in una coda dell’anno, che andrebbe, invece, vissuta con maggiore leggerezza e, allo stesso tempo, con profondità d’animo. Lo abbiamo fatto con Michele Spaccarotella, psicoterapeuta, assurto agli onori delle cronache letterarie grazie ad un lavoro, che non perde una stilla d’interesse, malgrado sia passata qualche primavera dal suo lancio: “Il Piacere Digitale“ (Giunti), Co-Host del podcast “Sentimen.Tips, esplorazione dei sentimenti umani”.
Dottor Spaccarotella, chi poteva immaginare, solo qualche decennio fa, che un periodo di festa, potesse diventare un momento di stress generalizzato, complici la frenesia dei regali, dei preparativi, gli inviti da accogliere sempre più con senso del dovere che del piacere, e quant’altro..
“Il Natale non sembra essere immune dall’impatto dello stress che caratterizza già altri momenti dell’anno, anzi è costellato da alcune complicazioni specifiche del periodo, come lo shopping per i regali, il conseguente aumento del traffico, la crescita di inviti per caffè/aperitivi/cene di saluto o la presenza di cene aziendali, l’organizzazione dei turni sul lavoro per consentire il corretto svolgimento delle ferie, la presenza delle scadenze di fine anno (che si tratti di esami universitari imminenti, chiusura dei bilanci o appunto consegne lavorative), non ultimo il caro voli che colpisce molte delle persone che vivono lontano dalla propria famiglia d’origine. Si verifica un maggiore carico emotivo dovuto dunque al cercare di far quadrare così tanti impegni in così poco tempo. Si sviluppa facilmente quella sensazione di un momento caotico e sfuggente a cui non si riesce a stare dietro. In più, quella pressione sociale a doversi sentire necessariamente felici di stare in famiglia, di sottostare ai rituali delle “feste comandate” o di organizzare un Capodanno memorabile.”
Ecco perché Natale e Capodanno stanno diventando dei lavori mentali, quando invece dovrebbero distenderci. La sua ricetta sostenibile qual è, dottore?
“Natale e Capodanno sono due festività caratterizzate dai confronti, con persone, momenti, giudizi, parti di sé. Natale può essere anche un momento in cui ci si confronta con le mancanze: di una persona cara, di un Natale passato, della propria infanzia, di un periodo in cui era presente l’amore. Si vedono (o rivedono) con maggiore continuità i propri familiari e parenti, si formulano bilanci sull’anno trascorso, si ricevono domande molto personali sulla propria vita. La tavola diventa un momento di condivisione, gioco, ma anche una sorta di graticola causata dagli interrogativi scomodi o un vero e proprio momento difficile. Attualmente circa 3,5 milioni di persone in Italia soffrono di disturbi alimentari quindi la tavola può rappresentare anche un passaggio delicato, vivendo con preoccupazione il mangiare di fronte ad altre persone o i commenti che possono essere espressi dai commensali sull’aspetto fisico o sul cibo stesso. Così come ricevere commenti sprezzanti sulla scelta di uno stile di vita alimentare differente dagli altri. Non penso esista una ricetta che valga per tutti quanti, sicuramente si rivela importante trovare degli spazi per ricaricarsi e decomprimere, così come provare a ridurre il tempo in contesti che sono portatori di disagio e malessere (in questi giorni si parla anche del Natale “no contact”, ovvero di quelle persone che scelgono volontariamente di non partecipare alle Feste in famiglia). Diventa dunque ancora più importante riuscire a gestire le emozioni in contesti che provocano sofferenze e in cui non ci si sente a proprio agio. A tal proposito ho recentemente realizzato insieme a Luca Scarcella un podcast, gratuito e disponibile su tutte le piattaforme, in cui vengono proprio esplorate le sei emozioni primarie (gioia, paura, rabbia, disgusto, tristezza, sorpresa), fornendo esercizi e strumenti per poterle affrontare al meglio. Molte persone ne stanno trovando giovamento e quindi mi permetto di consigliarlo come piccolo stratagemma in vista del ritorno alla quotidianità (o dal proprio psi!).”
Poi c’è l’ormai triste discorso della socialità vera, sacrificata sull’altare dei social, fenomeno che lei ha focalizzato benissimo in una sua fortunata pubblicazione. Le feste dovrebbero essere un alleato dello stare insieme genuino, ma i social in parte se le rosicchiano..
“Nel libro racconto come ogni sfera della nostra vita sia ormai “invasa” e influenzata dalla presenza di smartphone e social network. Sembra che anche il Natale stesso sia stato contaminato dalla performatività imperante, quindi quasi spingendo gli utenti a sentirsi in dovere di dover mostrare gli addobbi, i regali ricevuti, il menù con tutte le portate, ecc. Diventa importante imparare a contrastare questa sovraesposizione di immagini e contenuti personali alla ricerca di una perfezione che sembra nascondere un forte bisogno di accettazione e convalida esterna. Da una parte il mostrarsi, dall’altra l’assicurarsi di cosa fanno gli altri. Questo può innescare un circolo vizioso, portando allo sviluppo della FOMO (Fear Of Missing Out, la paura di perdersi qualcosa). Almeno in questo periodo proviamo ad incentivare la JOMO (Joy Of Missing Out, la gioia di perdersi qualcosa), sentendosi tranquilli di non essere aggiornati su tutti gli eventi in corso e le vicissitudini dei followers. Sfruttiamo questo periodo proprio per ricaricare le batterie e stare più a contatto con persone piacevoli, a cui magari durante l’anno a causa di impegni e lavoro, non si riesce a dedicare il tempo adatto.”









