Per oltre trent’anni la mafia americana avrebbe finanziato, controllato e allo stesso tempo sfruttato parte del nascente movimento gay negli Stati Uniti. È questa la tesi sostenuta da Klaus Davi in un articolo pubblicato su Dagospia, nel quale il giornalista richiama libri, documenti dell’FBI e testimonianze di ex appartenenti a Cosa Nostra americana per ricostruire un capitolo poco conosciuto della storia della criminalità organizzata oltreoceano. Testo incollato
Secondo Klaus Davi, i documenti FBI raccontano un rapporto tra mafia e locali gay
Nel suo approfondimento, Klaus Davi sostiene che negli Stati Uniti si starebbero moltiplicando pubblicazioni e testimonianze dedicate ai rapporti tra Cosa Nostra americana e il mondo dei locali frequentati dalla comunità omosessuale. Citando il libro The Mafia and the Gays dell’avvocato e giornalista Philip Crawford Jr., l’autore afferma che le famiglie mafiose Genovese, Gambino, Bonanno e Lucchese avrebbero investito per decenni nel controllo economico di bar, saune, night club e altri esercizi destinati alla clientela gay. Testo incollato
Secondo la ricostruzione riportata da Davi, tali attività sarebbero state utilizzate non soltanto come fonte di guadagno, ma anche per operazioni di riciclaggio di denaro, traffico di droga, sfruttamento della prostituzione e attività di ricatto nei confronti di personaggi pubblici. Si tratta di affermazioni che l’autore attribuisce ai documenti dell’FBI e alla pubblicistica statunitense richiamata nel suo articolo. Testo incollato
La ricostruzione: “Dopo Stonewall cambiò la strategia delle famiglie mafiose”
Uno dei passaggi centrali dell’articolo riguarda il periodo successivo ai moti di Stonewall del 1969, considerati l’evento simbolo della nascita del moderno movimento per i diritti LGBT.
Secondo Klaus Davi, richiamando quanto riportato da Crawford e da altri programmi d’inchiesta statunitensi, le organizzazioni mafiose avrebbero modificato il proprio approccio nei confronti della comunità gay, passando da una logica esclusivamente estorsiva a una forma di collaborazione finalizzata a preservare gli interessi economici legati ai locali e alle attività commerciali. Anche questa ricostruzione viene presentata dall’autore come fondata su fonti investigative e memorialistiche americane. Testo incollato
I nomi citati e il ruolo attribuito ad alcuni affiliati
Nel testo vengono richiamate diverse figure della criminalità organizzata statunitense.
Fra queste compare Vito Arena, descritto come affiliato alla banda di Roy DeMeo, insieme ad altri soggetti che, secondo i documenti richiamati da Davi, avrebbero rappresentato un collegamento tra ambienti mafiosi e locali frequentati dalla comunità omosessuale.
L’autore cita inoltre i nomi di Robert Mormando, Tullio “Ralph” Perrone e David Petillo, riportando che tali riferimenti emergerebbero dalla documentazione federale americana consultata da Crawford. Testo incollato
Le versioni contrastanti riportate da Klaus Davi
L’articolo evidenzia anche come non tutte le testimonianze convergano nella stessa direzione.
Da una parte vengono riportati alcuni documenti dell’FBI relativi ai rapporti omosessuali nelle carceri statunitensi e alle dinamiche interne agli ambienti mafiosi; dall’altra viene citato Michael Franzese, ex caporegime della famiglia Colombo, che in diverse interviste ha sostenuto una versione opposta, affermando che all’interno di Cosa Nostra l’omosessualità sarebbe stata punita con la morte. Testo incollato
Tra gli episodi ricordati compare anche l’omicidio di Johnny Boy D’Amato, già vicino alla famiglia Gambino, vicenda che secondo Davi continua ancora oggi a essere oggetto di attenzione negli Stati Uniti. Testo incollato
Le conclusioni dell’autore: una pagina controversa della storia americana
Nella parte finale del suo articolo, Klaus Davi richiama alcune dichiarazioni attribuite a Philip Crawford Jr., secondo cui per molti anni sarebbe esistito un rapporto di reciproca convenienza tra ambienti mafiosi e parte del movimento gay statunitense.
L’autore riferisce inoltre che, sempre secondo Crawford, le organizzazioni criminali avrebbero avuto un ruolo determinante nello sviluppo economico dei locali destinati alla clientela omosessuale e dell’industria pornografica gay, sostenendo che tali investimenti sarebbero stati motivati esclusivamente da interessi economici. Davi conclude ricordando che, secondo la ricostruzione proposta nel libro citato, questa presunta relazione sarebbe proseguita fino agli anni Novanta, pur registrando nel tempo tentativi di opposizione da parte di alcuni esponenti della comunità LGBT. Tutte queste affermazioni vengono riportate come tesi dell’autore e delle fonti da lui richiamate e non come fatti accertati in sede giudiziaria.













