Doveva essere il tempo della gioia e della ricompensa, dopo un anno segnato da siccità e sacrifici. Invece, la raccolta delle olive in Calabria, una delle regioni più importanti d’Italia per superficie olivicola, si è trasformata nell’ennesima conferma di una crisi strutturale che minaccia migliaia di aziende. Campi spopolati, mancanza di manodopera e costi insostenibili stanno trasformando la speranza in disperazione.
Costi fuori controllo e mercato traditore
“Gli agricoltori calabresi sono stretti in una morsa finanziaria”, denuncia Luana Guzzetti, coordinatrice regionale di Altragricoltura Calabria e olivicoltrice. “Un’ora di lavoro con operai specializzati e mezzi scuotitori può arrivare a 150 euro, mentre la frangitura tocca i 20 euro al quintale. A ciò si sommano i costi crescenti di irrigazione, concimazione, potatura e imbottigliamento, aggravati dalla crisi climatica e dall’aumento dei materiali. Una filiera sotto pressione che si scontra con un mercato che non riconosce più il valore del lavoro agricolo” afferma ancora Guzzetti.
Il paradosso del biologico
Il dramma si acuisce nel comparto biologico, simbolo di qualità e sostenibilità. “Nonostante investimenti e protocolli rigorosi, i produttori si vedono offrire appena 7,50 euro al chilo, lo stesso prezzo dell’olio convenzionale. È un insulto al nostro impegno – spiega Guzzetti – e un chiaro disincentivo a produrre qualità”.
Il peso delle importazioni e l’etichetta della vergogna
Nei primi mesi del 2025 l’Italia ha importato oltre 252 mila tonnellate di olio d’oliva, con un aumento del 66%. Gran parte arriva da Paesi come la Tunisia, dove l’olio all’origine costa 2,80 euro al chilo. “Questo prodotto – dice ancora Guzzetti -, una volta imbottigliato in Italia, beneficia di una normativa ambigua: sull’etichetta, la scritta “imbottigliato in Italia” campeggia in grande, mentre l’origine reale è quasi invisibile. Un inganno legale che mina la fiducia dei consumatori e distrugge il valore del Made in Italy”.
Tracciabilità asimmetrica e regole diseguali
La denuncia di Guzzetti è chiara: “L’agricoltore calabrese è soffocato da burocrazia e controlli, mentre l’olio importato entra nel Paese senza un vero sistema di tracciabilità pubblica. Manca un registro che segua il percorso del prodotto “dal porto allo scaffale”, consentendo così frode, confusione e concorrenza sleale”.
Il far west digitale: l’olio senza volto dei social
Un altro fronte critico è la vendita di olio sui social network, dove profili e pagine offrono prodotti privi di ogni garanzia. “Chi controlla etichette, tracciabilità, autorizzazioni sanitarie e fatturazione di questi oli? – domanda Guzzetti – Il rischio è quello di un mercato parallelo e opaco, che danneggia chi opera nella legalità e alimenta evasione e frodi”.
L’appello alle istituzioni: regole chiare e parità di condizioni
“La Calabria è il simbolo di un sistema che premia la speculazione e abbandona i territori – afferma Guzzetti – Non si chiede assistenza, ma giustizia. L’appello di Altragricoltura è preciso: etichettatura chiara con origine delle olive, Paese di molitura e annata di produzione; tracciabilità effettiva e controlli severi anche per l’olio importato; regolamentazione della vendita online con sanzioni per chi opera nell’illegalità.
Una battaglia per la dignità
“Senza regole e trasparenza, la filiera olivicola calabrese rischia di spegnersi, insieme a un patrimonio culturale e produttivo unico. Vogliamo solo la possibilità di competere ad armi pari – conclude Guzzetti –. Solo così potremo salvare l’agricoltura e restituire dignità e verità alle nostre tavole.”








