Non è più soltanto la partenza dei ventenni con lo zaino in spalla. È un flusso continuo che coinvolge figli e genitori, laureati e pensionati, in una mobilità strutturale che negli ultimi due decenni ha ridisegnato la geografia sociale del Paese.
Secondo il rapporto Svimez – l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno – presentato in collaborazione con Save the Children, tra il 2002 e il 2024 circa 350mila laureati under 35 hanno lasciato le regioni meridionali per trasferirsi al Centro-Nord o all’estero. Il saldo, al netto dei rientri, resta pesantemente negativo: circa 270mila giovani qualificati in meno per il Sud.
La fotografia è quella di una doppia emigrazione. Da un lato i giovani in cerca di formazione e lavoro, dall’altro gli anziani che si spostano per ricongiungersi ai figli o per ottenere servizi sanitari e assistenziali più efficienti. Un fenomeno che, nelle stime dell’associazione, comporta un costo economico pari a 6,8 miliardi di euro l’anno, legato al trasferimento netto di risorse pubbliche verso le aree più forti del Paese.
L’università come primo varco
La partenza spesso inizia prima del primo contratto di lavoro. Già al momento dell’iscrizione universitaria, molti studenti meridionali scelgono atenei del Centro-Nord. Nell’anno accademico 2024-2025 quasi 70mila studenti provenienti dal Sud – di cui circa 52mila laureandi – risultano iscritti in università settentrionali o centrali, pari a oltre il 13% del totale.
La percentuale cresce nei corsi Stem, dove in alcuni casi si sfiora il 21%. In questa dinamica, Campania e Sicilia rappresentano da sole quasi la metà del flusso in uscita.
Il trasferimento per studio diventa spesso definitivo. Dopo la laurea, la ricerca di un impiego stabile consolida lo spostamento. Le differenze retributive restano significative: a tre anni dal conseguimento del titolo, chi lavora all’estero percepisce tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi è rimasto in Italia. Anche all’interno del Paese il divario è marcato: tra un laureato del Sud e uno del Nord-Ovest la distanza media è di circa 375 euro mensili, con stipendi che si attestano rispettivamente intorno a 1.487 e 1.862 euro.
I “nonni con la valigia” e la mobilità sommersa
Accanto ai giovani, cresce il numero degli anziani che cambiano residenza. Tra il 2002 e il 2024 gli over 75 trasferitisi stabilmente dal Sud al Centro-Nord sono quasi raddoppiati, passando da 96mila a oltre 184mila unità.
In molti casi si tratta di ricongiungimenti familiari, in altri di scelte dettate dall’accesso a servizi sanitari e assistenziali ritenuti più adeguati. Esiste inoltre una mobilità meno visibile, definita “sommersa”: persone che mantengono formalmente la residenza al Sud ma vivono per lunghi periodi al Centro-Nord per stare vicino ai familiari.
Questo doppio movimento produce un effetto a catena. Le regioni meridionali perdono popolazione attiva e capitale umano qualificato, mentre aumentano le richieste di spesa pubblica nelle aree di destinazione.
Il costo economico del divario
Il Rapporto Svimez quantifica in 6,8 miliardi di euro annui l’impatto economico della mobilità netta dal Sud verso il Centro-Nord. La cifra tiene conto della perdita di investimenti formativi, della riduzione di base produttiva e del trasferimento di risorse pubbliche verso territori con maggiore capacità di attrazione.
La Lombardia si conferma la principale regione di destinazione, seguita da Emilia-Romagna e Lazio. Negli ultimi anni si registra un lieve miglioramento nella capacità attrattiva degli atenei meridionali, ma non sufficiente a invertire il saldo migratorio.
Il risultato è una redistribuzione strutturale di competenze e redditi che consolida il divario territoriale. I numeri descrivono una dinamica consolidata nel tempo, con effetti demografici ed economici che incidono sulla composizione della popolazione e sulla capacità di sviluppo delle aree coinvolte.









