L’avanzata travolgente dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e della digitalizzazione rischia di stravolgere il mercato del lavoro e mettere in sofferenza i pilastri dello Stato sociale.
Parte da questo scenario la riflessione di Valeria Vittimberga, direttrice generale dell’Inps, intervenuta all’evento Harmonic Innovation: Words of Hope for a Magnifica Humanitas in corso a Tiriolo, in provincia di Catanzaro.
Secondo la guida dell’istituto previdenziale, per prevenire diseguaglianze e proteggere milioni di persone dal rischio di marginalizzazione, diventa indispensabile valutare un cambio di paradigma: far sì che il finanziamento del welfare possa gravare anche sul capitale tecnologico.
L’uomo al centro tra produttività e nuovi modelli occupazionali
Nel corso del suo intervento, la direttrice dell’Inps si è soffermata sull’importanza di governare il progresso tecnologico attraverso scelte umane consapevoli, per evitare che la tecnologia prevarichi la dimensione sociale ed economica dei lavoratori.
“La questione decisiva è non quanto diventeranno intelligenti le macchine ma quanto saremo intelligenti noi. Quanto saremo intelligenti noi nel decidere che cosa fare della ricchezza, del lavoro e del tempo che le macchine ci renderanno disponibili. Perché l’innovazione sarà veramente armonica soltanto a una condizione: che nessuno venga considerato superiore”.
Proseguendo nella sua analisi, Vittimberga ha chiarito come la tutela dei lavoratori non debba tradursi in una difesa anacronistica del passato, ma nella capacità di gestire l’evoluzione del lavoro garantendo tutele adeguate per le nuove sfide.
Il rischio di un welfare più povero in un’economia più ricca
Il punto centrale dell’intervento riguarda il potenziale cortocircuito economico generato dall’automazione. Se da un lato la tecnologia fa impennare utili e produttività, dall’altro rischia di contrarre l’impiego di manodopera e, di conseguenza, assottigliare la massa salariale su cui si regge il prelievo contributivo.
“Digitalizzazione, automazione e intelligenza artificiale stanno ridisegnando il lavoro e possono potenzialmente esporre milioni di persone al rischio dell’esclusione. Mettere l’uomo al centro non significa conservare artificialmente ogni posto di lavoro esistente così com’era. Non sarebbe possibile, sarebbe antistorico e probabilmente non sarebbe nemmeno desiderabile. Se crescono contemporaneamente occupazione, salari e massa contributiva, abbiamo un circuito virtuoso. La produttività tecnologica sta producendo anche benessere sociale. Però immaginiamo un altro scenario. La produzione sale, gli utili crescono, il valore dell’impresa cresce, la quantità di lavoro necessaria diminuisce, la massa salariale rimane ferma e, a quel punto, si verifica qualcosa di nuovo. L’economia nel suo complesso diventa più ricca, mentre la base contributiva del welfare diventa relativamente più povera. Questo è il punto che, a mio avviso, dobbiamo cominciare ad affrontare”.













