C’era una volta, in una curva di Calabria, un pino marittimo. Può sembrare l’inizio di una barzelletta ma è la verità. Cresceva tra le gradinate della Curva Ovest dello stadio Nicola Ceravolo a Catanzaro, indifferente al vento, alle stagioni e alle classifiche. Era unico, in Italia e probabilmente nel mondo intero: un albero vivo, radicato nel cemento di un impianto sportivo, che ombreggiava il cuore più caldo della tifoseria giallorossa.
Era quasi un simbolo, un punto di riferimento, una sensazione di sicurezza e di tranquillità. Quel pino, insieme al gemello appena fuori la curva, non c’è più. Il primo fu abbattuto nel 2008, ucciso lentamente dal cemento colato sulle radici durante i lavori di adeguamento. Il secondo, quello esterno, cadde nell’estate del 2021, dopo i molti tentativi di recupero fatti per salvaguardare l’albero. Oggi al Ceravolo non ci sono più alberi e non ci sono ancora cantieri seri. Ci sono, come sempre, le promesse.
Le origini: prima il sangue, poi il pallone
Lo stadio Nicola Ceravolo non nasce per il calcio. La sua storia affonda le radici nel primo conflitto mondiale, quando un appezzamento in località “Corallo”, ai confini della città di allora, viene trasformato in campo di concentramento per prigionieri di guerra. Con la pace, l’area cambia funzione ma non vocazione militare: ribattezzata “Piazza d’Armi”, diventa il terreno di addestramento delle truppe di stanza a Catanzaro, allora sede del Comando di Divisione e del diciannovesimo Reggimento di Fanteria.
Poi, negli anni Venti, il football avanza in tutta la penisola e anche Catanzaro vuole il suo campo. L’interesse crescente per lo sport spinge l’adeguamento della struttura. Così, nell’ottobre del 1924, dopo circa sette mesi di lavori, lo “Stadio Divisionale” (o il “Militare” come viene chiamato qui in città) viene inaugurato con una cerimonia che coincide con il III Congresso Sportivo Calabrese: centinaia di atleti, diverse discipline, il calcio che prende possesso di un terreno che fino a poco prima era stato un teatro di dolore. E con esso, in silenzio, aveva cominciato a crescere anche il pino.
La Serie A e i trentamila
L’US Catanzaro conquista la sua prima storica promozione in Serie A nel 1971. È una svolta per la città e per lo stadio: il Comune decide di costruire una tribuna coperta, ampliare le curve, aggiungere una sala stampa alla sommità dei Distinti. I lavori vengono completati il 16 ottobre 1971 e alla fine lo stadio raggiunge una capienza — mai determinata ufficialmente — di circa ventimila posti.
Ma non basta. Sarà l’allenatore Gianni Di Marzio, il tecnico partenopeo che porterà il Catanzaro a competere con le grandi del calcio italiano, a convincere il Comune a costruire ulteriori gradoni sopra quelli esistenti. La capienza sale a trentamila posti. Il “Militare” diventa uno degli stadi più capienti del Sud Italia, anche se non pienamente in regola con le normative dell’epoca. Un’epoca in cui il rispetto delle norme era spesso sacrificato sull’altare della passione.
L’intitolazione e i primi adeguamenti
Il 10 dicembre 1989 l’impianto viene intitolato a Nicola Ceravolo, il presidente che per vent’anni — dal 1958 al 1979 — aveva guidato il club con passione e dedizione. Un riconoscimento a cinquant’anni di fervida attività spesa per lo sport e per Catanzaro. Al presidente giallorosso viene dedicato anche un monumento all’ingresso della Curva Ovest, proprio a ridosso del leggendario pino marittimo.
Nel 1998, le normative impongono nuovi interventi. Le vecchie reti di ferro vengono sostituite con vetri antisfondamento. I settori di Tribuna e Distinti si avvicinano al campo di gioco, ma il prezzo è la scomparsa della pista di atletica e, con essa, della multifunzionalità dell’intero impianto. Da struttura polisportiva a stadio puro: una scelta obbligata che riduce le possibilità di utilizzo dell’infrastruttura.
La grande stagione dei plastici
A cavallo tra il 2003 e il 2004 arriva il primo grande sogno di rifacimento. Gli allora amministratori dell’US Catanzaro avanzano due proposte: la costruzione di un nuovo stadio nel quartiere Germaneto e, in alternativa, un restyling totale del Ceravolo sul modello dello stadio Marassi di Genova. Viene persino presentato un plastico in conferenza stampa.
La tifoseria si divide. Molti non accettano l’idea di abbandonare il vecchio tempio per una struttura asettica in periferia. Il dibattito si accende e poi si spegne da solo: nell’estate del 2006 l’Unione Sportiva Catanzaro fallisce. I progetti finiscono in un cassetto.
Il restyling dei seggiolini e la morte del primo pino
Nel 2008 la proprietà dell’impianto passa dal Demanio al Comune di Catanzaro. Il 18 settembre iniziano lavori di adeguamento per circa due milioni di euro: seggiolini numerati, quindici tornelli, servizi igienici, impianto di illuminazione, postazioni di pronto soccorso, sistemi di allarme, una sala interviste a ridosso degli spogliatoi.
Un restyling figlio della necessità, non della visione. E durante quei lavori, nell’estate del 2008, viene abbattuto lo storico pino marino che si ergeva tra le gradinate della curva Massimo Capraro.
Non fu solo il decreto normativo a condannarlo. Le colate di cemento versate sulle radici negli anni precedenti lo avevano costretto a rinsecchire, trasformandolo da simbolo a pericolo. Il cemento che soffoca le radici: una metafora perfetta per una città che spesso ha sepolto la propria storia sotto strati di burocrazia e incuria. I seggiolini posati nel 2008 sono, nel 2026, ancora lì consumati dal sole e dalle stagioni.
2021: cade l’ultimo pino
Il secondo pino — quello esterno alla curva — sopravvive ancora tredici anni. Poi, nel luglio del 2021, arriva la motosega. Il Comune autorizza l’abbattimento per motivi di sicurezza, dopo diversi tentativi di recupero andati a vuoto.
Per generazioni di catanzaresi quel pino era molto più di un albero: era un luogo di ritrovo, un’icona, il punto dove si aspettava l’inizio della partita all’ombra dei rami larghi e verdi. Il consigliere Costanzo scrisse a tal proposito queste parole: “Cadono uno dopo l’altro i simboli di una città che era più felice di quella di adesso. Una città che è senza Duomo, senza aula del Consiglio, senza porto. Ed ora anche senza il vecchio caro ‘Pino da curva’ che era diventato un’icona per diverse generazioni.” Romantica. Come le promesse di ristrutturazione.
La stagione dei finanziamenti (e dell’ennesima attesa)
La rinascita sportiva del Catanzaro con la scalata fino alla Serie B, il Ceravolo tornato pieno, impone finalmente il tema stadio all’agenda politica. Non per scelta, ma per necessità: le normative della cadetteria esigono adeguamenti strutturali che il Ceravolo del 2008 non può più garantire.
Nell’ottobre 2025 arriva un progetto firmato da chi di stadi se ne intende. Alla presenza del sindaco Nicola Fiorita, Sportium — società del Gruppo Progetto CMR International specializzata nell’ideazione, progettazione e sviluppo di impianti sportivi — presenta il Progetto di Fattibilità Tecnico Economica per la riqualificazione dello stadio.
L’operazione mira a trasformare il Ceravolo in una struttura capace di ospitare fino a 15.800 persone, conforme agli standard CONI, UEFA e FIGC. Il progetto è ambizioso: la Curva Ovest sarà demolita e ricostruita più vicina al campo, con un design moderno e una capienza maggiore. La copertura della Tribuna Nord eliminerà i pilastri che ostacolano la visuale. Ma il completamento integrale dell’impianto — con la copertura di entrambe le curve, il recupero della Curva Est e il restyling della palazzina — richiede un investimento complessivo stimato tra i 40 e i 50 milioni di euro.
I fondi oggi disponibili sono di altra scala: 9 milioni di euro stanziati dalla Regione Calabria a valere sui fondi FSC 2021-2027, a cui si aggiunge un milione di risorse PNRR per l’efficientamento energetico. Circa 10 milioni complessivi. Tolti IVA, progettazione, indagini e prezzario regionale, l’importo effettivo per i lavori si riduce a circa 7 milioni. Lo stesso sindaco Fiorita lo ammette con franchezza: “Con queste risorse non possiamo rifare il Ceravolo — ma saranno il primo step di un progetto più ambizioso.”
Un primo step. Nel 2025. Dopo vent’anni di plastici. Le scadenze previste sono particolarmente stringenti: trenta giorni per sviluppare il progetto esecutivo e poco più di cento giorni consecutivi per portare a termine i lavori. Cento giorni. Per un impianto che aspetta da due decenni.
La Curva Massimo Capraro rompe gli indugi con una nota al vetriolo: “Era l’aprile del 2025, la Curva unita come sempre chiedeva di passare ai fatti e garantire ai tifosi giallorossi il rifacimento dello stadio. È passato un anno, con un rinvio condiviso ma con un impegno chiaro: far partire i lavori alla fine del campionato 2025/26 senza nemmeno un giorno da perdere.”
La denuncia è precisa: “Le chiacchiere hanno riempito il dibattito politico cittadino, ma l’unico risultato tangibile è un cronoprogramma pubblicato alcuni giorni fa. Leggendo tra le righe del solito burocratese, resta forte l’impressione che completare tutti i lavori necessari sia impresa quasi impossibile.”
La risposta istituzionale è quella di sempre. L’assessore allo Sport Antonio Battaglia dichiara: “Il confronto con la tifoseria è stato costante, continuo e improntato alla massima trasparenza e correttezza. Gli incontri si sono susseguiti nel tempo e in ogni occasione abbiamo fornito aggiornamenti puntuali. L’impegno di questa Amministrazione non è mai venuto meno, nemmeno per un momento.”
Sul mancato avvio dei cantieri, la versione ufficiale è quella della strategia sportiva: l’impresa incaricata è pronta a intervenire da diversi mesi, ma il cantiere non è partito per una decisione ponderata, dettata esclusivamente da logiche sportive. Aprire i varchi alle ruspe a campionato in corso avrebbe significato creare notevoli disagi per le sfide conclusive della regular season.
Il 7 aprile 2026 il sindaco Fiorita ha incontrato i rappresentanti della Curva a Palazzo De Nobili. Il confronto, definito “fruttuoso” dall’Amministrazione, ha prodotto la garanzia di essere nei tempi previsti e la richiesta — accolta — di costanti aggiornamenti e ulteriori confronti nel percorso. Un nuovo tavolo di confronto. L’ennesimo.
Il conto di un secolo
Il Ceravolo è il terzo stadio più antico d’Italia ancora in servizio, dopo il Ferraris di Genova e il Penzo di Venezia. Un primato che vale oro — e che pesa come il cemento che ha ucciso le radici del suo pino più famoso. Dal 1924 a oggi, questo stadio ha attraversato guerre e glorie, fallimenti, cadute e rinascite, trentamila tifosi urlanti e curve semivuote. Ha visto un albero crescere tra le sue gradinate e lo ha lasciato morire per incuria. Ha visto arrivare plastici, progetti, finanziamenti, bandi, commissioni, tavoli, promesse solenni.
Il pino non c’è più. I pilastri in tribuna, quelli che bloccano la visuale a migliaia di tifosi, ci sono ancora. Il cantiere atteso da vent’anni, forse, aprirà in estate. Forse. Con soli cento giorni di lavori per un impianto che aspetta da decenni. Quella curva, un tempo ombreggiata da un albero che non aveva eguali al mondo, aspetta ancora la sua nuova casa. Come tutta Catanzaro. Come sempre. (m.c.)









