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4 Aprile 2026
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Quindici corpi senza nome tra Calabria e Sicilia. I vescovi calabresi: “Non possiamo tacere, meno arrivi ma più morti”

Dopo le tragedie legate al ciclone Harry, la Conferenza Episcopale Calabra lancia un appello forte a fedeli, istituzioni e procure: “Ogni corpo ha una dignità inviolabile”

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Un punto arancione tra le onde. È così che il comandante della Guardia Costiera di Tropea ha individuato quel che inizialmente sembrava soltanto un relitto galleggiante. Attorno al salvagente, però, c’era ancora un uomo. O ciò che ne restava. Quell’immagine – una macchia di colore nel grigio del mare – è diventata il simbolo di una stagione segnata da naufragi silenziosi. Dal 15 al 22 gennaio, mentre il ciclone Harry spazzava il Mediterraneo, le coste tra Calabria e Sicilia hanno restituito almeno quindici corpi senza nome.

Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, fino a Pantelleria e Custonaci, il mare ha riconsegnato vite spezzate. Secondo le organizzazioni umanitarie, i dispersi potrebbero arrivare a un migliaio. Un numero che, scrivono i vescovi, “non è una statistica, ma una comunità intera inghiottita dal mare”.

“Noi non possiamo tacere”

È una presa di posizione netta quella della Conferenza Episcopale Calabra. Nel documento diffuso nelle ultime ore, i presuli parlano con parole che suonano come un atto d’accusa morale. “Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere. Il silenzio, in certi momenti, diventa complicità”.

Un passaggio che segna una scelta precisa: non restare neutrali davanti all’aumento dei morti nel Mediterraneo. I dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni parlano chiaro: nei primi mesi del 2026 le vittime sono triplicate. 452 morti nel solo mese di gennaio, contro i 93 dello stesso periodo dell’anno precedente. “Meno arrivi, più morti”, sottolineano i vescovi, ribaltando la narrazione che misura l’efficacia delle politiche migratorie esclusivamente sulla diminuzione degli sbarchi.

La dignità dei corpi senza nome

Nel testo ricorre con forza un concetto: dignità inviolabile. “Riconosciamo in quei corpi anonimi la dignità di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio”. Non solo una dichiarazione di principio, ma un invito concreto a non abituarsi alla cronaca della morte. Ai fedeli, i vescovi chiedono di non lasciare che il ritrovamento di un corpo in spiaggia diventi “ordinaria amministrazione”.

“Il comandante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità”. Parole che evocano una responsabilità collettiva, non soltanto istituzionale.

L’appello alle istituzioni: corridoi umanitari e verità

Il documento si rivolge direttamente alle istituzioni italiane ed europee. La richiesta è chiara: aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria. “Chiediamo di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro continente”.

Un passaggio che chiama in causa l’Europa nel suo complesso, ma anche le procure impegnate nelle indagini sui naufragi. I vescovi sollecitano risorse adeguate per gli uffici giudiziari di Paola, Vibo Valentia e Trapani, affinché sia possibile dare un nome ai morti e accertare eventuali responsabilità. “Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva, senza considerare chi muore”.

“Il mare ci chiede conto”

Il finale del documento ha il tono di un monito. “Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”. Un’espressione che pesa come un giudizio etico e politico insieme. Perché in quelle parole c’è l’idea che il Mediterraneo non sia soltanto un confine geografico, ma uno specchio della coscienza collettiva. Nel grigio del Tirreno resta l’immagine di quel salvagente arancione. Un simbolo che i vescovi calabresi trasformano in domanda pubblica: quante altre vite dovranno essere restituite dal mare prima che l’Europa cambi rotta?

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