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17 Marzo 2026
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Riforma della giustizia, confronto a distanza tra Gratteri e Di Pietro: scontro su pm, Csm e ruolo della politica

Il procuratore di Napoli teme derive e pressioni sull’accusa, l’ex pm difende la terzietà del sistema: due visioni opposte sulla separazione delle carriere

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La riforma della giustizia e la separazione delle carriere dei magistrati continuano a far discutere. A intervenire su Open sono due figure centrali: il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, critico su alcuni aspetti e sui possibili effetti a lungo termine, e l’ex pm Antonio Di Pietro, che ribadisce l’importanza della terzietà e della ricerca della verità.

Tra timori di un pm “sottomesso” all’esecutivo, dubbi sul sorteggio per i membri del Csm e polemiche sull’Alta Corte Disciplinare, il dibattito si concentra su equilibrio dei poteri, sicurezza delle carriere e metodo parlamentare.

Separazione carriere, Gratteri: “Pm deve essere sereno, non più forte”

Il primo punto è il cardine della riforma, la separazione delle carriere. Per il procuratore del Tribunale di Napoli mantenere lo status quo è la cosa più importante, racconta a Open: “Dopo la riforma, immagino un pm che – nel corso delle indagini preliminari o prima di decidere se richiedere o meno il rinvio a giudizio – inizi a pensare a cosa serve per arrivare a una condanna“.

“Non voglio un pm più forte, ma un pm sereno nel prendere le decisioni”, spiega Gratteri, criticando la metafora calcistica dell’arbitro tra due squadre proposta da Di Pietro.

Di Pietro: “Giudice terzo, pm non cerca colpa ma verità”

Il copyright di quella metafora è proprio dell’ex pm Antonio Di Pietro. “Una rappresentazione semplice ma non banale”, la definisce. E spiega che “è la nostra stessa Costituzione, all’articolo 111, a dire che le parti si confrontano di fronte a un giudice terzo e che questo occorre farlo presente al cittadino”.

Accusa e difesa sono alla pari, il giudice è quindi un arbitro. Con una particolarità importante: il pm non deve cercare la colpa, ma la verità“, dice a Open. Una terzietà che secondo Di Pietro il giudice deve mantenere necessariamente anche nella fase delle indagini preliminari, quando la difesa dell’indagato ancora non è parte attiva.

Gratteri: “Tajani ha parlato di polizia sotto esecutivo, modello Usa fa paura”

Gratteri si definisce preoccupato anche per il rischio, se la riforma passasse, di un potere giudiziario sempre più dipendente da quello esecutivo: “Basti pensare a quanto detto dal vicepresidente del Consiglio Tajani venti giorni fa, quando ha parlato dell’eventualità dopo il referendum di mettere la polizia giudiziaria sotto il potere esecutivo. Un modello come quello americano mi farebbe paura“, spiega il procuratore di Napoli. Un timore che secondo il magistrato dovrebbe far riflettere sulle conseguenze di lungo periodo della riforma proposta dal governo.

Di Pietro: “Falso, magistrato risponde solo a legge”

Di Pietro allontana il pericolo: “Si tratta di un’affermazione falsa rispetto a quel che dice la legge”, dice a Open, un’affermazione che però molti fanno secondo lui per l’eccessiva politicizzazione del referendum. “O si valuta il testo o il contesto“, dice Di Pietro, e “il testo costituzionale afferma che il magistrato, sia inquirente sia giudicante, risponde solo alla legge“.

Una garanzia scritta nella Costituzione che secondo l’ex pm di Mani Pulite rende impossibile qualsiasi deriva verso un modello di dipendenza dall’esecutivo.

Sorteggio, Gratteri: “Scelti da Parlamento, non è sorteggio”

L’altro punto estremamente discusso della riforma è quello del sorteggio e della fine, almeno presunta dai sostenitori del Sì, del correntismo della magistratura. Un punto che passa dalla modifica del Csm. E Nicola Gratteri, che pure in passato era favorevole e non è mai stato iscritto ad alcuna corrente, oggi si dice contrario: “Non immaginavo si pensasse a due Csm e un’Alta Corte Disciplinare, né un sorteggio per come è stato pensato con questa riforma”.

C’è anche un problema di metodo secondo Gratteri: “La riforma prevede che il Parlamento crei un elenco tra professori ordinari di diritto e avvocati cassazionisti proporzionalmente alla rappresentanza dell’Aula, poi tra questi nomi ne estraggono alcuni che andranno nei due Csm e nell’Alta Corte. Mi dovete dire se si può definire sorteggio questo, perché chiunque sarà scelto dovrà comunque rendere conto alla politica“.

Di Pietro: “Alternativa a correntismo, chi lo nega fa ipocrisia”

Di Pietro punta tutto sulla necessità di trovare un’alternativa “al correntismo e al clientelismo” perché “chi lo nega fa solo ipocrisia” e “chi dice che è finito col caso Palamara fa una doppia ipocrisia”.

Perché nell’Anm, sottolinea l’ex pm di Mani Pulite, esiste una suddivisione ideologica che comporta “l’individuazione di persone che poi con le elezioni andranno al Csm, con la conseguenza che l’eletto risponda all’elettore, ma il Csm è presieduto dal presidente della Repubblica, dunque quelli che vanno lì non rappresentano i magistrati, ma i cittadini“.

Gratteri: “Parlamento mortificato, nessun emendamento”

I sostenitori del No sottolineano poi la gravità del mancato confronto parlamentare sulla riforma della giustizia, su cui il governo è andato dritto senza affidarsi all’Aula. “L’ossessione che i nostri padri costituenti avevano era di bilanciare i poteri“, dice Gratteri a Open. “Qui abbiamo una riforma che potrebbe cambiare 7 articoli della Costituzione e che non è mai stata modificata di una virgola, non c’è stato mai un dibattito né mai un emendamento. Il Parlamento è stato mortificato“. Una critica durissima al metodo seguito dal governo per portare avanti una riforma costituzionale di tale portata.

Di Pietro: “Era nel programma centrosinistra e Cinque Stelle”

Mentre Di Pietro sottolinea: “Questa era la riforma del centrosinistra di cui io facevo parte, questa stessa riforma era nel programma del centrosinistra quando io ero al governo, ed era anche nel programma dei Cinque Stelle“.

Un tentativo di sottrarre la riforma alla proprietà esclusiva del centrodestra e di ricordare come la separazione delle carriere fosse un obiettivo trasversale già prima dell’attuale maggioranza. “Che i berlusconiani ci vogliano mettere il cappello è un atto abusivo, perché non è loro né spetta a loro questa riforma”, conclude Di Pietro su Open.

Alta Corte, Gratteri: “Ministro appella solo 6 volte, quale severità?”

Sull’Alta Corte Disciplinare, Gratteri dice a Open: “Si vuole questo nuovo organismo perché sarebbe più severo di quello che è oggi il Csm. Ma allora mi chiedo: perché il ministro della Giustizia non appella le assoluzioni del Csm e lo ha fatto solo sei volte, se c’è questo desiderio di durezza?”.

Mentre Di Pietro, rispondendo a una tesi dei sostenitori del “No”, che sottolineano quanto sia anomalo il fatto che, dopo il giudizio dell’Alta Corte, i magistrati non potrebbero appellarsi in Cassazione, dice che, in realtà, tutti i provvedimenti “per motivi di legittimità” possono essere ricorribili in Cassazione. Una garanzia, sottolinea, non scritta nella riforma, ma presente nella nostra Costituzione.

Gratteri su Bartolozzi: “Mi preoccupo di assunzioni e carceri”

Gratteri ha poi commentato quanto dichiarato giorni fa da Giusi Bartolozzi, la capo di Gabinetto del Guardasigilli Nordio, che aveva parlato del referendum – in caso di vittoria del sì – come dell’occasione per “togliersi di mezzo la magistratura” da lei definita poi un “plotone di esecuzione“.

“Non voglio entrare nel merito, né fare il censore. Io mi preoccupo di altre cose: le assunzioni, i concorsi, la mancata costruzione di nuove carceri, il fatto che non abbiano reso performante il processo penale telematico, bisognava fare questo”, dice il procuratore di Napoli a Open.

Di Pietro su Bartolozzi: “Disperata per caso Almasri”

Per Di Pietro, “se facciamo l’elenco di tutti quelli che l’hanno sparata una più grossa dell’altra, dovremmo fare la lista di tutti quelli del Sì e del No”. E su Bartolozzi taglia corto: “La sua è un’affermazione che non ha senso, se non giustificata sul lato umano dalla disperazione per sentirsi capro espiatorio di una vicenda politica istituzionale, quale è quella del caso Almasri, che è rimasto soltanto a lei sul groppone”.

Un riferimento al caso del generale libico che ha messo in difficoltà il governo e in particolare il ministero della Giustizia.

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