Il Codacons ha notificato una serie di istanze formali al Presidente della Regione e ai vertici di Anci Calabria per frenare la proliferazione incontrollata dei punti vendita automatici h24. L’iniziativa mira a sanare una disparità normativa che penalizza i bar tradizionali e favorisce modelli di business privi di ricadute occupazionali sul territorio.
Non solo un rito
“Alzare la serranda ogni mattina non è solo un rito, è un atto di resistenza civile” – dichiara Francesco Di Lieto del Codacons – “significa presidiare il territorio e garantire il pane a chi vive del proprio salario. Oggi ci spacciano per ‘sviluppo’ dei loculi freddi di lamiera e neon, ma come denunciava Pasolini, stiamo tragicamente confondendo il benessere delle merci con la civiltà degli uomini”. Tuttavia, mentre un bar tradizionale deve rispettare standard strutturali e sanitari rigorosissimi, ai distributori automatici è permesso operare in spazi angusti, spesso privi di allacci idrici e servizi igienici. “È inaccettabile che chi somministra cibi e bevande possa prescindere dalle regole imposte a qualunque altro esercente” sottolinea l’associazione. Per questo, è stata inviata una diffida ai Sindaci calabresi, nella loro qualità di Autorità Sanitaria Locale, affinché dispongano verifiche straordinarie sulla conformità dei locali h24 e sul rispetto del decoro urbano. Chiediamo ai Comuni di imporre lo stop alle macchine alle ore 22:00 in assenza di un presidio umano, di vietare nuove aperture vicino a scuole e parchi per proteggere i minori e di non consentire nuovi punti vendita automatici h24 in adiacenza ai bar, laddove tale localizzazione determini criticità sotto il profilo del decoro, della sicurezza urbana e della vivibilità.
Il duplice significato legislativo
Sul piano legislativo, la richiesta alla Regione Calabria è duplice: da una parte il Codacons chiede la modifica del Testo Unico del Commercio, per uniformare i requisiti strutturali e igienici per tutte le attività di somministrazione, inclusi i punti h24 ; dall’altra chiede l’introduzione della “Robot Tax”, una tassazione specifica per le attività prive di dipendenti, il cui gettito dovrà finanziare le botteghe storiche e le startup giovanili che scelgono di restare e creare lavoro vero, fatto di carne e ossa. “Ma la vera rivoluzione” – conclude l’associazione – “parte da noi: torniamo a scegliere i bar fatti di persone, dove il caffè ha il sapore del lavoro vero e non di una transazione digitale. Il risparmio di pochi centesimi su una tazzina è il prezzo del licenziamento di un padre di famiglia: non finanziare il deserto, scegli il lavoro umano”.









