27 Settembre 2026
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Vibo, l’antimafia e le sedie vuote. Gaglianese: “Nessun parlamentare”. Intanto chi denuncia aspetta risposte

Alla Staffetta della Legalità il presidente della Tazzina contesta la scarsa partecipazione della società civile e chiama in causa le rappresentanze delle imprese. La questione è cosa accade dopo il rifiuto del pizzo: chi accompagna le vittime quando si spengono i riflettori?

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Il problema non è contare quante autorità siedono in prima fila. È capire chi manca accanto a chi ha denunciato e chi resta quando la manifestazione finisce. La tappa vibonese della Staffetta della Legalità, promossa dall’associazione La Tazzina della Legalità, consegna una domanda che supera il bilancio dell’iniziativa: quanto è disposta a esporsi una comunità per sostenere chi si ribella alla ’ndrangheta? A porla è il presidente Sergio Gaglianese, che riconosce la partecipazione di sindaci e rappresentanti istituzionali, ma sposta il ragionamento sulle assenze. Quella dei parlamentari, anzitutto. E quella, da lui considerata ancora più preoccupante, di una società civile che avrebbe dovuto riempire il confronto di voci, proposte e responsabilità.

“Nessun parlamentare”: il vuoto della politica nazionale

“A Vibo non era presente nessun parlamentare. Nessuno”. La frase di Gaglianese pesa perché pronunciata a margine di un appuntamento nel quale imprenditori e familiari delle vittime hanno portato problemi aperti, richieste di aiuto e sofferenze che non appartengono soltanto al passato. Lo stesso organizzatore riconosce che gli impegni istituzionali possono impedire una partecipazione. Un’assenza, da sola, non dimostra disinteresse. Ma la questione politica resta: quali risposte arrivano a chi denuncia, quali interlocutori si fanno carico delle difficoltà, quali impegni vengono assunti e verificati?

“Noi non abbiamo organizzato una commemorazione”, sottolinea Gaglianese. “Abbiamo organizzato un momento di confronto, di responsabilità e di partecipazione”. È su questo terreno che chiede alla politica nazionale di misurarsi: sulle vertenze ancora aperte e sulle condizioni concrete di chi ha scelto di non piegarsi.

Associazioni e imprese, la partecipazione che manca

La critica più severa riguarda però il territorio. Gaglianese denuncia la mancata presenza della rete associativa e una partecipazione insufficiente della società civile vibonese. “È come se ci facessimo ombra tra noi”, osserva. Sarebbe sbagliato trasformare ogni sedia vuota in un’accusa di connivenza. Il punto è un altro: chi combatte il racket ha bisogno di una rete che funzioni, capace di unire associazioni, professionisti, cittadini e organizzazioni economiche. Se ciascuno resta nel proprio recinto, la solidarietà rischia di arrivare a intermittenza, mentre le difficoltà delle vittime sono quotidiane. Il richiamo alle rappresentanze imprenditoriali è particolarmente netto. Difendere chi rifiuta il pizzo significa difendere la possibilità stessa di fare impresa senza sottostare a imposizioni criminali. È una questione che riguarda l’intera economia del territorio.

Bentivoglio, resistere al racket e temere di perdere l’attività

La testimonianza di Tiberio Bentivoglio restituisce il significato concreto di quella solitudine. L’imprenditore reggino racconta le richieste estorsive respinte, i danneggiamenti, le minacce e l’agguato nel quale gli furono sparati sei colpi alle spalle. “Ho incontrato un pezzo di Stato che ha funzionato, ma un altro pezzo no”, afferma. Poi descrive le difficoltà attuali: il rischio di perdere l’attività, che collega allo sfratto dal bene confiscato nel quale lavora con la moglie, e il contenzioso per mantenere la scorta. Il suo racconto impone una domanda che riguarda l’efficacia del sostegno pubblico: che cosa viene dopo il coraggio della denuncia? La protezione personale, la continuità del lavoro e la possibilità di sostenere una famiglia sono le condizioni che rendono praticabile quella scelta. Lasciarle irrisolte rischia di indebolire anche il messaggio rivolto a chi vorrebbe ribellarsi.

Il dolore delle famiglie non finisce con le indagini

All’incontro c’era anche Martino Ceravolo, padre di Filippo, vittima innocente di mafia. La sua testimonianza ha richiamato la devastazione che un omicidio lascia dentro una famiglia e che nessun risultato giudiziario può cancellare. È un’altra ragione per interrogarsi sulle assenze. Partecipare significa anche ascoltare persone alle quali viene spesso chiesto di testimoniare il proprio dolore, senza che all’ascolto segua necessariamente una presenza costante. La memoria comporta un impegno verso chi resta, oltre il calendario delle ricorrenze.

Dalle sedie vuote agli impegni da verificare

Nell’aula consiliare della Provincia sono emerse anche proposte: dagli osservatori comunali sulle intimidazioni, suggeriti dalla consigliera vibonese Laura Pugliese, all’ipotesi di utilizzare i beni confiscati per sostenere gli imprenditori colpiti. La loro utilità dipenderà dalla possibilità di tradurle in strumenti effettivi, con competenze, risorse e responsabilità definite. Gaglianese riassume il proprio appello nella parola “ridestanza”: svegliarsi, pretendere diritti, assumersi una parte della responsabilità collettiva. Il passaggio decisivo sarà dare seguito a questo invito anche fuori dagli incontri pubblici.

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