All’Istituto di Criminologia di Vibo Valentia, si è tenuto un incontro di grande valenza culturale, con protagonista la presentazione del volume “Garlasco. Il ragionevole dubbio”, firmato dal magistrato Stefano Vitelli, giudice che in primo grado assolse Alberto Stasi, poi condannato in via definitiva a 16 anni. Ad aprire l’incontro è stato Fausto Malucchi, docente di Diritto Penale, che ha tracciato il profilo dell’autore, sottolineandone la capacità di coniugare rigore giuridico e sensibilità umana.
Nel corso dell’evento sono intervenuti anche il sindaco di Vibo Valentia, Enzo Romeo, che ha evidenziato l’importanza dell’iniziativa per il territorio, e il Rettore Saverio Fortunato, che ha offerto una riflessione ampia sul concetto di ragionevole dubbio, richiamando anche la filosofia antica. Nel corso dell’evento, a Vitelli è stato conferito il Sigillum Honoris, massimo riconoscimento dell’Istituto
Il ragionevole dubbio
Del caso di Garlasco e della tragica morte della povera Chiara Poggi si parla ormai, quasi ininterrottamente, da 18 anni. Eppure, il sospetto tremendo che un innocente sia finito in carcere e che Alberto Stasi non sia stato condannato oltre ragionevole dubbio si fa sempre più forte.
Il “ragionevole dubbio” è un pilastro del diritto penale italiano (art. 533 c.p.p.), che impone al giudice di condannare l’imputato solo se la sua colpevolezza è provata oltre ogni incertezza razionale, ed è da questo principio che il giudice Vitelli inizia la sua riflessione, intrecciando il piano umano e quello giudiziario.
Lo fa senza tecnicismi, con profondità culturale e filosofica, insistendo su un concetto chiave: “l’importanza di non fermarsi alle apparenze, alle soluzioni più semplici, ma affrontare socraticamente ogni singolo aspetto”.
La telefonata al 118
Fin dall’inizio, la telefonata al 118 che Alberto Stasi fece dopo aver trovato il corpo senza vita della fidanzata è stata al centro dei sospetti. Troppo fredda, si disse subito.
Proprio da questo episodio prende le mosse il giudice Vitelli per riflettere sul valore del dubbio. Nel suo libro racconta di aver fatto ascoltare quella telefonata a un amico dotato di grande sensibilità emotiva, lontano dal clamore mediatico che negli anni ha accompagnato il caso. Il risultato fu sorprendente: non freddezza, ma ansia. Una lettura completamente diversa da quella dominante.
Un punto che si rafforza con un altro episodio, raccontato dallo stesso Vitelli durante l’incontro. In aula, il professor Giarda, difensore di Stasi, riferì che la stessa registrazione era stata ascoltata da una persona non vedente dalla nascita. Anche in quel caso, nessuna freddezza percepita, ma piuttosto paura e tensione.
Ed è proprio qui che si annida il rischio, sottolinea Vitelli: trasformare un sospetto in un indizio. Richiamando Charles Baudelaire, il giudice paragona la profondità dell’animo umano all’insondabilità degli oceani. Un invito a non trarre conclusioni affrettate: da una voce, da una telefonata, non si può comprendere ciò che una persona prova dentro.
Processi mediatici ed effetto tunnel
Il giudice Vitelli si è soffermato anche su un aspetto cruciale: quello dei processi mediatici e del loro impatto sulla percezione della verità. Quando un’indagine si sovrappone al dibattito pubblico, e la credibilità delle persone viene messa in discussione sotto i riflettori, tutto diventa più complesso. Ciò che viene detto si amplifica, si cristallizza, e spesso diventa difficile per molti sottrarsi a una narrazione già consolidata.
In questo contesto, Vitelli richiama un concetto noto agli investigatori: l’effetto tunnel. È il rischio che, una volta formulata un’ipotesi, si finisca per restarne prigionieri. Più si è convinti di quella ricostruzione, più diventa difficile metterla in discussione. E questa difficoltà aumenta quando l’attenzione mediatica è altissima. Ammettere un errore, soprattutto in pubblico, diventa un passaggio complicato, quasi impossibile.
Forse è proprio questo, viene da pensare, uno dei nodi del caso Garlasco: il pericolo di essere rimasti intrappolati per anni dentro un tunnel investigativo e narrativo. La speranza è che, prima o poi, si riesca a uscirne. E che si arrivi finalmente a una verità piena, giusta e condivisa, capace di restituire chiarezza a una vicenda che, ancora oggi, continua a interrogare tutti.








