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18 Febbraio 2026
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Calabria
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Flai Cgil denuncia: “Potrebbero essere mille i migranti dispersi nel Mediterraneo durante il ciclone Harry”

Il ritrovamento di salme lungo il litorale calabrese conferma le stime drammatiche di Mediterranea Saving Humans.

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Il mare della Calabria smette di tacere e restituisce una realtà che i numeri ufficiali non riescono a contenere. I corpi ritrovati a Scalea, Amantea, Paola e Tropea trasformano in certezza le ombre proiettate nei giorni scorsi dalla Flai Cgil nazionale e dal segretario Giovanni Mininni. Mentre le narrative governative celebrano la flessione statistica degli arrivi, il bagnasciuga racconta un’altra storia: “Il ritrovamento di cadaveri lungo le coste calabresi a Scalea, Amantea, Paola, Tropea conferma le forti preoccupazioni esternate dalla Flai Cgil nazionale e dal suo segretario Giovanni Mininni”.

L’onda d’urto del ciclone Harry

Le testimonianze raccolte da Mediterranea Saving Humans delineano uno scenario apocalittico. Secondo i dati diffusi dall’organizzazione, il bilancio delle vittime potrebbe toccare una quota spaventosa: “potrebbero essere 1.000 i migranti dispersi nel mare Mediterraneo durante il ciclone Harry”. La ricostruzione della Flai Cgil di Cosenza lega la tragedia a otto diverse imbarcazioni salpate da Sfax, in Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026. In quella finestra temporale, il Mediterraneo è diventato una trappola mortale sotto la furia di Harry, una tempesta capace di generare onde di 16 metri e raffiche di vento ciclonico.

Una strage evitabile

Le segnalazioni provenienti da Refugees in Libya e Tunisia confermano partenze multiple proprio nelle ore del picco meteorologico. Per il sindacato, non si tratta di una fatalità imprevedibile, ma della “più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale”.

La nota della Flai Cgil punta il dito contro le responsabilità politiche: “Una tragedia evitabile se ci fosse stata la volontà di arginarla. Una catastrofe che si configura come il risultato di un sistema che ha deliberatamente indebolito la rete di salvataggio proprio mentre la crisi climatica rendeva e rende il mare ancora più ostile”. Il vuoto lasciato dai soccorsi istituzionali, combinato con l’inasprimento degli eventi climatici estremi, ha trasformato il Canale di Sicilia in un cimitero senza nomi, i cui resti iniziano ora a toccare le spiagge del Tirreno calabrese.

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