“Una risposta politica affidata ai decreti, anziché una riforma organica del sistema penale”. È questa la critica che Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, ha rivolto al governo durante la sua partecipazione a Otto e mezzo, la trasmissione di La7 condotta da Lilli Gruber, andata in onda ieri sera, 2 novembre.
Al centro dell’intervento c’è il ricorso sempre più frequente ai provvedimenti d’urgenza in materia di sicurezza. Secondo il magistrato, negli ultimi anni si è assistito a una successione di interventi normativi che rischia di sostituire una strategia complessiva con risposte immediate ai singoli fatti di cronaca.
“Secondo me c’è stata una bulimia di decreti. Ogni volta che succede qualcosa in Italia si fa un decreto Sicurezza”, ha dichiarato Gratteri nel corso della trasmissione.
Il procuratore ha parlato anche di “ansia da prestazione”, sostenendo che, “con la formazione dell’attuale maggioranza, sarebbe mancata la capacità di fermarsi a esaminare i problemi strutturali della giustizia e individuare una soluzione di più ampio respiro”.
“C’è stata ansia da prestazione”, ha affermato, aggiungendo che è mancata “la lucidità per fare uno studio e pensare a una riforma del codice e del procedimento penale”.
Le dichiarazioni arrivano dopo l’approvazione di un nuovo decreto Sicurezza da parte dell’esecutivo, successivo agli scontri verificatisi a Milano. Il provvedimento rappresenta l’ottavo intervento di questo tipo nell’arco di quattro anni e dedica particolare attenzione ai fenomeni di criminalità minorile.
Il caso Youssef Siher e le parole di Meloni dopo la scarcerazione
Nel corso dell’intervista Gratteri ha affrontato anche la vicenda di Youssef Siher, il ricercatore trentenne finito al centro di un’indagine della Procura di Milano per la presunta gestione del gruppo Telegram e del profilo Instagram denominati “Movimento 17 ottobre”.
Il 28 ottobre la gip di Milano Tiziana Landoni aveva disposto la scarcerazione del giovane. Una decisione che aveva provocato una reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuta pubblicamente sui social con dichiarazioni critiche nei confronti del ricercatore e della magistratura.
Gratteri ha evitato di pronunciarsi sul merito dell’indagine, ancora in corso, ma ha richiamato un principio fondamentale: “Per valutare una decisione giudiziaria occorre conoscere gli atti e rispettare le diverse fasi del procedimento”.
Il magistrato ha quindi contestato l’abitudine di esprimere giudizi sull’operato dei giudici prima di avere esaminato gli elementi processuali. Una posizione che, secondo la sua ricostruzione, riguarda anche il comportamento della politica nei confronti dell’autorità giudiziaria.
“Il rispetto delle istituzioni, ha fatto intendere il procuratore, non può essere invocato soltanto quando le decisioni dei magistrati coincidono con le aspettative della maggioranza politica”. Le critiche pubbliche formulate senza una conoscenza approfondita delle carte rischiano, nella sua valutazione, di alimentare confusione nell’opinione pubblica e compromettere la credibilità della magistratura.
Il riferimento è al rapporto tra comunicazione politica e autonomia della giurisdizione, particolarmente delicato quando un’indagine o una decisione cautelare diventano oggetto di un confronto pubblico prima della conclusione del procedimento.
Il referendum e lo scontro tra governo e magistratura
Il passaggio più netto dell’intervento di Gratteri riguarda però il clima nei rapporti tra governo e magistratura. Il procuratore ha dichiarato di non essere sorpreso dalle tensioni e dagli attacchi rivolti ai giudici da esponenti dell’esecutivo e della maggioranza.
“Non hanno ancora metabolizzato la sconfitta al referendum”, ha affermato, secondo quanto riportato dall’agenzia Dire.
Una dichiarazione che collega il confronto istituzionale anche alle conseguenze politiche della consultazione referendaria. Per Gratteri, “dietro alcune prese di posizione della maggioranza ci sarebbe una concezione dei rapporti tra i poteri dello Stato nella quale Parlamento, governo e magistratura dovrebbero procedere nella stessa direzione, soprattutto su questioni considerate prioritarie dall’esecutivo, come la sicurezza”.
Una visione che il procuratore contrappone al principio della separazione dei poteri. Il magistrato ha ricordato che l’attività della politica e quella della giurisdizione devono rimanere distinte, proprio per garantire l’equilibrio previsto dall’ordinamento costituzionale.
La separazione dei poteri al centro del richiamo di Gratteri
Nel ragionamento del procuratore, il punto non riguarda soltanto le polemiche sulle singole decisioni giudiziarie, ma il funzionamento complessivo delle istituzioni democratiche: “La magistratura non è chiamata a seguire l’indirizzo politico del governo, così come l’esecutivo non può considerare le decisioni dei giudici una semplice estensione delle proprie scelte. È il principio di autonomia e indipendenza della giurisdizione a impedire che i diversi poteri si sovrappongano”.
Gratteri ha richiamato, in questo contesto, l’attenzione dei padri costituenti per il bilanciamento istituzionale, definito una loro “ossessione”.
Il suo intervento a La7 si sviluppa dunque lungo due direttrici: da una parte la critica alla produzione di decreti sulla sicurezza, ritenuta insufficiente a risolvere i problemi strutturali del sistema penale; dall’altra la preoccupazione per un confronto politico che, attraverso dichiarazioni pubbliche sulle decisioni giudiziarie, può incidere sulla percezione dell’indipendenza della magistratura.
Le parole del procuratore arrivano in una fase di tensione tra governo e giustizia, con il caso Siher e il nuovo decreto Sicurezza al centro del dibattito pubblico.













