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13 Marzo 2026
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Intimidazione o attentato a Vibo? Cosa si nasconde dietro i colpi contro Iannello: “Non riesco a darmi una spiegazione”

Il presidente del Consiglio comunale racconta a C7 i retroscena delle pistolettate contro la sua auto e la sua abitazione: “Se volevano farmi fuori lo avrebbero fatto. Hanno sparato basso”. Chi e perché ha voluto lanciare quel messaggio?

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È la sera del 21 dicembre quando cinque colpi di pistola vengono esplosi contro l’autovettura del presidente del Consiglio comunale di Vibo Valentia, Antonio Iannello. Alcuni proiettili finiscono contro il muro esterno dell’ingresso della sua abitazione, nella frazione di Triparni. Eppure, quella notte, l’allarme non scatta. “In quel momento non avevo percepito il messaggio intimidatorio“, racconta Iannello. “Pensavo fossero botti di Natale, sa com’è, in quel periodo. Ho minimizzato, lo ammetto”. Un errore di valutazione che oggi appare difficile da comprendere, ma che lui spiega così: “Ho provato a verificare cosa fosse accaduto, anche perché la mia famiglia mi chiedeva spiegazioni. Ma non ho visto nulla, né sulla parete né sulla macchina. E quindi ho pensato: saranno stati botti”.

Il giorno dopo: la normalità istituzionale

La mattina successiva tutto sembra scorrere come sempre. “Il giorno dopo ho fatto Consiglio comunale“, racconta. “Sono uscito di casa alle otto e mezza del mattino perché il Consiglio era convocato a quell’ora. Sono rientrato a notte fonda“. Solo due giorni dopo, martedì 23 dicembre, la scoperta. “Mi sono accorto che i colpi erano stati esplosi nella parte bassa, che non erano affatto botti di Natale. Ho visto che avevano colpito la parete della mia abitazione. A quel punto sono andato in Questura a fare denuncia, come era giusto e doveroso fare”.

Perché il silenzio: “Volevo capire, non creare allarme”

La domanda che tutti pongono è inevitabile: perché aspettare giorni prima di rendere pubblico l’episodio? Iannello non si sottrae. “Perché ho pensato che fosse giusto capire prima di parlare“, spiega. “Volevo capire se fosse una bravata, se potesse rientrare nella sfera privata. Ho voluto tenere fuori la politica e l’amministrazione“. E aggiunge una riflessione amara: “Sono un uomo pubblico, certo. Ma anche gli uomini pubblici possono sbagliare, possono dire una parola fuori posto. E a volte si paga anche per questo”.

Il silenzio, dice, aveva una motivazione precisa. “Se avessi diffuso subito la notizia, tutti si sarebbero preoccupati. Il Natale sarebbe stato segnato solo da questo episodio. Invece ho scelto di tenermelo in famiglia, di affrontare le festività con un minimo di serenità“.

Intimidazione o attentato? “Se volevano farmi fuori, lo facevano”

Sulla natura dell’atto, Iannello fa una distinzione netta. “Io lo definisco un atto intimidatorio», ribadisce più volte. “Un attentato è un’altra cosa”. Poi entra nel dettaglio: “Se volevano farmi fuori, lo avrebbero fatto. Hanno sparato basso. Su cinque colpi, solo uno ha colpito la macchina, e per giunta nella parte posteriore. Gli altri hanno colpito il muro”. Una lettura che però non coincide del tutto con quella degli investigatori. “Gli inquirenti mi hanno detto chiaramente di non sottovalutare la cosa”, ammette. “E io questo lo tengo ben presente”.

Cosa si nasconde dietro quei colpi: “Non riesco a darmi una spiegazione”

Ed è qui che il racconto diventa più inquietante. Alla domanda centrale – cosa si nasconde dietro quell’atto intimidatorio – il presidente del Consiglio comunale risponde senza filtri. “Non ho la più pallida idea“, dice. “Non riesco a capire da dove sia arrivata questa minaccia. Non riesco proprio a darmi una spiegazione”. Nessun messaggio, nessuna richiesta, nessun segnale precedente. “Sto cercando in tutti i modi di capire, ma non riesco a collegare l’episodio a nulla di preciso“, insiste. “Può darsi che sia una cosa che io ritengo banale, ma che nella testa di qualcuno diventa enorme”. Anche la dinamica lascia spazio a interrogativi. “Secondo me non è stata una sola persona“, osserva. “Io non ho notato macchine ferme, nessuno che mi aspettasse. Era buio. Qualcuno poteva essere nascosto, oppure essere passato in quel momento”. Un’azione rapida, studiata per lanciare un segnale senza esporsi. “Non è un episodio che ti spiega qualcosa”, sembra dire il racconto di Iannello. “È un episodio che ti lascia nel dubbio“.

Il passato amministrativo non chiarisce

Neppure guardando indietro emergono collegamenti evidenti. “Sono stato assessore ai Lavori pubblici durante l’alluvione del 2006“, ricorda. “Me la ricordo bene, l’ho vissuta in prima persona. Ma non ho mai ricevuto minacce, nemmeno allora. Nessuna segnalazione, mai”. Dopo quasi vent’anni, l’ipotesi di un conto aperto appare debole. E il quadro resta sospeso.

Il caso Iannello non è isolato. “È una storia tristissima“, dice. “Succede in tutta Italia, ma soprattutto in Calabria“. Una regione dove sindaci, assessori e consiglieri continuano a finire nel mirino di intimidazioni che raramente trovano una risposta chiara e definitiva.

Il messaggio finale: legalità, lavoro, sicurezza

Nel tentativo di rassicurare famiglia e cittadini, Iannello affida alle parole un messaggio semplice. “Queste cose non devono accadere“, afferma. “Vanno condannate tutte le forme di violenza, verso le persone, verso i commercianti, verso chi lavora onestamente”. Poi il nodo strutturale: “Dove c’è lavoro, c’è sicurezza. La mancanza di lavoro è una piaga del Meridione“. E infine la fiducia nelle istituzioni: “Le forze dell’ordine stanno lavorando bene. Ma serve che tutti facciano quadrato“.

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