Alle 4 del mattino del 26 febbraio 2023, davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro, il mare non era soltanto agitato: era una trappola mortale. Il caicco “Summer Love”, partito dalla Turchia con a bordo tra le 150 e le 200 persone, in gran parte afghane, si spezzò a poche decine di metri dalla riva. Non in alto mare. Davanti agli occhi dell’Europa.
Il bilancio ufficiale parla di 94 morti, 35 dei quali minori, alcuni in tenerissima età. Un numero che non racconta tutto, perché ai morti vanno aggiunti i dispersi, mai restituiti dal mare, e i sopravvissuti, condannati a vivere con il peso di chi non ce l’ha fatta.
Per mesi, i soccorritori hanno continuato a recuperare corpi anche a chilometri di distanza, in un tratto di Ionio diventato un cimitero liquido. Solo tre mesi dopo, la Prefettura di Crotone ha ufficialmente sospeso le ricerche.
Le salme sono state rimpatriate: 48 in Afghanistan, altre in Germania, Pakistan, Tunisia, Iran, Palestina, Finlandia. Quattordici sono state sepolte nel cimitero musulmano di Bologna, sette a Cutro, altre tra Crotone e Paola. Una geografia del dolore che attraversa l’Europa.
L’Italia si commuove, il governo legifera
Nei giorni immediatamente successivi alla strage, Cutro diventa epicentro istituzionale del Paese. Arriva il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Poi l’intero governo, guidato da Giorgia Meloni, riunito in Consiglio dei ministri straordinario nella sala consiliare del Comune.
Da lì nasce il “Decreto Cutro”, presentato come la risposta dello Stato: più repressione, più carcere per gli scafisti, meno protezioni per chi fugge.
Un decreto simbolico, più che strutturale, che promette di fermare le partenze ma non dice nulla sui soccorsi, sui corridoi umanitari, sui canali legali di ingresso. Tre anni dopo, quelle promesse suonano come eco vuota.
I superstiti dimenticati e le famiglie in attesa di giustizia
Mentre la politica archivia Cutro come “emergenza risolta”, i superstiti restano intrappolati nella burocrazia. Molti non hanno potuto raggiungere i familiari che vivono nel Nord Europa, proprio la meta di quel viaggio maledetto. La ricongiunzione familiare è diventata un percorso a ostacoli, spesso impossibile. E poi ci sono i parenti delle vittime. Madri, padri, fratelli che da tre anni chiedono una sola cosa: verità e responsabilità.
Le condanne agli scafisti: giustizia parziale
Un primo fronte giudiziario ha già prodotto sentenze pesanti. Cinque i presunti scafisti individuati. Uno è morto nel naufragio. Gli altri quattro sono stati processati. Il cittadino turco Gun Ufuk, 28 anni, è stato condannato con rito abbreviato a 20 anni di carcere, 3 milioni di euro di multa e al risarcimento delle parti civili. Gli altri tre – Sami Fuat, Khalid Arslan e Ishaq Hassnan – sono stati condannati in primo grado, con rito ordinario, a pene tra gli 11 e i 16 anni. Il processo è ora in appello.
Durante il dibattimento, un investigatore della Questura di Crotone ha rivelato che dalle intercettazioni e dall’analisi dei cellulari è emersa l’esistenza di una rete organizzata di trafficanti attiva sulla rotta turca. Un filone ora nelle mani della Dda di Catanzaro. Ma anche queste condanne non chiudono la storia. Perché il punto non è solo chi guidava il caicco, ma chi avrebbe dovuto salvarlo.
Il processo che fa tremare le istituzioni
È il secondo processo, quello più scomodo, a tenere aperta la ferita di Cutro.
La Procura di Crotone ha rinviato a giudizio sei militari: quattro della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, accusati di omicidio colposo plurimo e naufragio colposo. Al centro dell’inchiesta ci sono i presunti ritardi nei soccorsi. Una richiesta di aiuto che sarebbe partita nella notte tra il 25 e il 26 febbraio e che, secondo l’accusa, non avrebbe ricevuto una risposta adeguata. E poi i soccorsi successivi al naufragio, che – se tempestivi – avrebbero potuto salvare vite finite in acqua gelida.
Nel processo, attualmente in corso, sono stati chiamati a testimoniare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il ministro dei Trasporti Matteo Salvini.
Un fatto politicamente esplosivo, perché sposta il discorso da una tragedia “inevitabile” a una possibile responsabilità dello Stato.
Sea Watch: “Dissero ‘mai più’, ma la gente continua a morire”
Nel terzo anniversario della strage, la ONG Sea Watch affonda il colpo: “Tre anni fa il governo disse ‘mai più’. Promisero di fermare le morti in mare. Eppure i naufragi si sono ripetuti, i trafficanti sono stati trattati con onore e le persone continuano a morire”. Parole durissime, che chiamano in causa non solo l’inerzia, ma anche le contraddizioni politiche: “I naufragi non fanno più notizia. Vengono coperti da slogan come il blocco navale, le deportazioni in Albania, i decreti sicurezza. Ma i corpi continuano ad affiorare sulle spiagge”.
Occhiuto e la memoria istituzionale
Diverso il tono del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, che parla di ferita aperta e invita a una riflessione più ampia: “Il Mediterraneo non può essere il cimitero dei migranti. In mare ogni vita va salvata”. Occhiuto rivendica la risposta solidale delle comunità calabresi, ma chiede all’Europa risorse, cooperazione e responsabilità condivise, perché le regioni di frontiera non possono essere lasciate sole.
Il Pd Calabria: “Cutro è il simbolo del fallimento”
Ancora più netto il giudizio del Pd Calabria, guidato da Nicola Irto, che definisce Cutro: “Il simbolo del fallimento europeo e nazionale nella gestione dei flussi migratori”. Per i dem, tre anni dopo, il Mediterraneo resta teatro di tragedie mentre il dibattito pubblico si riduce a propaganda e slogan. La richiesta è chiara: canali legali di ingresso, riforma del diritto d’asilo europeo, redistribuzione obbligatoria tra gli Stati membri.









