“Io ho 200 ettari e non ho i soldi per comprare il gasolio”. Pino Doria si presenta così davanti al microfono di Lino Polimeni, durante la protesta degli agricoltori alla Cittadella regionale. È un imprenditore agricolo del Catanzarese, racconta di una famiglia che lavora la terra da sette generazioni e di quattro figli che hanno scelto di seguirlo. Adesso, però, dice di non riuscire più a sostenere le spese. “Noi avremmo da lavorare, non dobbiamo stare qua”, esordisce dopo aver ringraziato le forze dell’ordine e le persone presenti alla manifestazione. Poi arrivano le cifre, i conti, l’amarezza. “Non lo so se possiamo continuare così, mi viene da piangere”.
“Ho venduto l’olio a 3,50 euro, le cisterne del gasolio sono vuote”
Doria racconta di aver venduto il giorno prima l’olio rimasto dalla precedente annata a 3,50 euro. Ora deve affrontare la nuova produzione, che descrive come biologica certificata, mentre il costo del carburante pesa sul lavoro quotidiano. “Le mie cisterne sono vuote del gasolio”, dice. Richiama prezzi di circa 1,70 euro e chiede come sia possibile continuare a lavorare a queste condizioni. La sua è la testimonianza di un’azienda che, secondo il racconto dell’agricoltore, dispone di terreni e impianti, ma non della liquidità necessaria a sostenere tutte le spese. “Mi devono dire loro, i politici, come mi devo comportare”, insiste, ricordando le persone che lavorano con lui.
Il frantoio da un milione e mezzo e i quattro figli in azienda
Dietro l’impresa c’è una lunga storia familiare. Doria racconta di aver raccolto l’eredità del padre e di aver continuato a investire nell’agricoltura. Per il frantoio, afferma, ha speso un milione e mezzo di euro. “Non ho preso mai un contributo dalla Regione, mai un centesimo”, sostiene nell’intervista. “Sono cresciuto però con sostanze mie”. Il ringraziamento più personale è per i figli: “Devo ringraziare quattro figli che mi hanno seguito”. È con loro che porta avanti l’attività, nel solco di una tradizione che fa risalire a sette generazioni. “Adesso sono amareggiato”, confessa. Gli investimenti fatti e la scelta dei figli di restare in azienda rendono ancora più difficile accettare di trovarsi senza risorse sufficienti per lavorare.
“Lollobrigida è venuto da noi. Ma ho 16mila euro al mese di scadenze”
Durante lo sfogo, Doria riferisce anche di una visita del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida nella sua azienda, avvenuta, secondo quanto racconta, il 2 ottobre. “Mi ha fatto i complimenti per la pulizia, per come ci comportiamo”, afferma. “Noi siamo una famiglia unita, gente che lavora onestamente”. Poi torna alle difficoltà economiche. Parla dei rapporti con la banca, di interessi da sostenere e delle scadenze che ogni mese deve affrontare: “Ho 16mila euro al mese di scadenze e non lo so come devo fare”. Sono gli importi indicati dall’imprenditore nell’intervista. Il suo appello alla politica nasce da qui: trovare una risposta che permetta all’azienda di continuare a produrre e alla famiglia di vivere del proprio lavoro.
“La regalo allo Stato: 500 euro a me e a ciascuno dei miei figli”
La proposta arriva nel momento più amaro dello sfogo. Doria attribuisce alla propria azienda un valore di 10-15 milioni di euro e si dice pronto a cederla allo Stato. “Voglio dare tutta la mia azienda, gliela regalo allo Stato”, dichiara. In cambio chiede “500 euro a me e 500 ai quattro figli che lavorano con me”. Ripete di essere pronto a farlo. Racconta anche di aver donato terreni a persone in difficoltà e di aver regalato 300-400 litri di olio. Adesso è lui a chiedere aiuto, dopo una vita trascorsa a costruire e far crescere l’impresa. “Non ce la faccio più”, dice a Polimeni. La frase torna più volte nell’intervista. Per Doria, essere alla protesta significa aver lasciato il lavoro che vorrebbe continuare a fare: tornare nei campi, riempire le cisterne, mandare avanti l’azienda insieme ai figli.













