Dopo la morte di Martina Pisera e del bambino che portava in grembo, su tutto il territorio vibonese si respira un’aria di forte pessimismo nei confronti del Sistema sanitario pubblico. Non è la prima volta che nel presidio ospedaliero “Jazzolino” di Vibo Valentia si verificano fatti così sconvolgenti.
L’autopsia sul corpo della giovane donna è stata effettuata. Fra 90 giorni sapremo se c’è stata negligenza da parte dei medici. Nessun processo mediatico. La Procura della Repubblica sta indagando.
L’ultimo saluto a Martina e Marino
Oggi pomeriggio, nella chiesa Maria Santissima della Neve di Mesiano, i funerali. L’ultimo saluto a Martina e Marino, il figlioletto che è morto con lei. Resta il dolore che ha sconvolto le comunità di Mesiano, frazione di Filandari, e di Pizzo.
In questo momento di dolore, vorremmo fermare il nostro pensiero su Marino. Così si doveva chiamare il figlioletto che Martina custodiva amorevolmente in grembo. In pancia. Marino doveva chiamarsi come il nonno paterno, morto appena un anno fa.
Il nome, l’eternità, l’amore
Per i credenti e per chi l’ha voluto bene prima che nascesse, è un bambino che non morirà mai. Nell’eternità di Dio sarà annoverato sempre tra gli angeli. Un’esplosione di luce allo stato puro, carica di amore, che giorno dopo giorno illuminerà il cammino dei genitori.
Marino è un “bambino” sulla scia di un amore che non muore. I genitori Martina e Alberto avrebbero voluto vederlo crescere, parlare e correre. Sogno svanito. Ma l’energia divina di questa creatura mai nata resterà integra fino all’ultimo respiro della terra.
Chi ha perso un figlio in questo modo terribile sa il dolore che si prova. Marino ci parla al cuore. Ascoltiamolo prima di vedere la sua piccola bara bianca sfilare accanto a quella della mamma tra due ali di folla.
La voce di Marino
“Io sono un bambino – grida nel cuore di tutti Marino –. Sono un bambino con una storia particolare: sono nato, cresciuto e morto conoscendo un solo posto. Quel posto è la pancia della mia amorevole mamma.
Lo ricordo bene: è un posto caldo ed accogliente, un posto pieno d’amore. È un posto in cui i miei genitori mi hanno accudito, mi hanno pensato, mi hanno sognato, mi hanno immaginato. È un posto in cui avrei dovuto fare un viaggio, che piano piano mi avrebbe portato tra le braccia dei miei genitori, a incontrare il mondo, a conoscere tutto quello che c’è fuori.
E invece, per un triste destino, ho conosciuto solo quel posto. So che ci sono tanti bambini come me, ognuno ha conosciuto solo il ventre materno, ma che ci siano rimasti un giorno, un mese o 40 settimane, in quel posto comunque sono stati amati e anche da quando non ci sono più, sono amati e lo saranno per sempre.
“Non c’è più battito”
È bastata una frase, in un giorno che sembrava come un altro, a cambiare tutte le cose, tutti i progetti dei miei genitori; una frase che in un attimo mi ha fatto volare lontano dalle loro braccia, frementi di attesa: “non c’è più battito”. Oppure “c’è qualcosa che non va”.
Purtroppo noi bambini con questa storia particolare, spesso, non siamo riconosciuti, non si vorrebbe che fossimo ricordati, nessuno ne vuole parlare. E così i nostri genitori, oltre ad essere privati del futuro con noi, sono privati della possibilità di ricordarci, di sentirsi accolti, di sentirsi “normali” nel loro dolore.
Sono privati della possibilità di sentire il nostro affetto (e, fidatevi, noi vogliamo molto bene ai nostri genitori), ma anche della possibilità di sentire affetto e calore delle persone che stanno loro intorno.
Bambini senza nome
Noi bambini con questa storia particolare, non abbiamo un nome. I nostri fratelli che arrivano dopo di noi sono chiamati “bambini arcobaleno”, ad esempio… Ma sembra che noi non abbiamo bisogno di essere definiti.
Forse perché la nostra storia sembra meno allegra, meno opportuna da essere ricordata e celebrata. Eppure esistiamo.
E darci un nome potrebbe creare la possibilità di parlare di noi, con meno tabù, con meno vergogna.
Perché quando si parla dei bambini persi in gravidanza, c’è imbarazzo generale, sguardi persi, tentativi di sviare. “Bambini morti”, “piccoli angeli”.
Una luce che resta
Dolore infinito per i nostri genitori di fronte a questi atteggiamenti, di fronte a queste parole lapidarie. E invece noi siamo stati per loro una luce; siamo comparsi e li abbiamo lasciati a bocca aperta; abbiamo per un po’ illuminato il loro cammino, li abbiamo accompagnati nel loro percorso, come loro hanno accompagnato noi nel nostro;
e per questo noi saremo sempre presenti nei loro ricordi, non potranno scordare lo stupore di averci incontrati e la gioia nel sentirci loro.
Proprio come una stella cometa, che compare improvvisamente nel cielo e lo illumina e segna un percorso, e dà speranza, ma dopo un tempo più o meno lungo scompare. Una stella cometa che stupisce quando si incontra, che lascia a bocca aperta, ma allo stesso tempo lascia spiazzati quando si perde di vista e si resta con l’amaro in bocca, ma anche con la felicità di averla potuta incrociare sul proprio cammino e con la certezza che non si dimenticherà mai.
Anche se chi, magari, non l’ha vista, stenta a crederci, storce il naso e cerca di minimizzare. Io vorrei avere un nome (oltre il mio, quello che mi hanno dato la mia mamma e il mio papà). Un nome che mi accomuni agli altri bimbi con una storia simile alla mia. Un nome che non renda difficile parlare di me.
Marino, bambino cometa
Io sono un bambino cometa. Sono arrivato a illuminare la vita ai miei genitori, e poi mi sono spento. Li ho lasciati a braccia vuote, ma con il cuore pieno d’amore e con il mio ricordo negli occhi.









