7 Ottobre 2026
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Mostri in diretta, sentenze trent’anni dopo: quando la giustizia diventa spettacolo

Da Bergamini a Garlasco e Yara, fino ai 33 anni di carcere ingiusto di Beniamino Zuncheddu. La tv emette verdetti in poche ore, i processi impiegano decenni. E resta una domanda: chi controlla la prova e chi risponde quando lo Stato sbaglia?

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Un mostro si costruisce in un pomeriggio televisivo; per accertare un delitto o correggere una condanna possono servire decenni. Questa sproporzione ci obbliga a discutere del modo in cui produciamo certezze, prima ancora che dei nomi ai quali le applichiamo.

Denis Bergamini, morto nel 1989, è passato dalla versione del suicidio a un processo per omicidio, con una condanna di primo grado ancora al vaglio dell’appello. A Garlasco le nuove indagini su Andrea Sempio non hanno cancellato la condanna definitiva di Alberto Stasi. Per Yara Gambirasio, la condanna di Massimo Bossetti resta definitiva e il 5 ottobre è stata respinta la richiesta difensiva di nuove analisi: parlare di processo riaperto sarebbe scorretto. Vicende diverse, che impongono di distinguere una nuova accusa, una contestazione difensiva e un errore giudiziario accertato.

La richiesta dei legali della famiglia di Yara di evitare un “Garlasco 2” esprime il bisogno comprensibile di proteggere un dolore esposto da anni. Per la giustizia, però, il criterio deve restare la fondatezza della richiesta, motivando tanto la necessità di nuove verifiche quanto il loro diniego.

La prova e il rischio della gabbia investigativa

La domanda più scomoda riguarda il percorso della prova: come è stata raccolta, conservata, selezionata e interpretata, e quale spazio hanno avuto gli elementi contrari all’accusa? Una traccia genetica non racconta da sola un omicidio; una testimonianza non diventa infallibile perché viene ripetuta. Un’ipotesi investigativa può diventare una gabbia quando ogni dato viene letto per confermarla. La solidità di una prova si misura anche nella possibilità di controllarne la formazione e contestarne le conclusioni.

Il processo celebrato ogni giorno in televisione

Intanto la televisione martella dalla mattina alla sera sugli stessi particolari macabri, trasformando il dolore in un appuntamento fisso. Avvocati, inquirenti, consulenti della procura e della difesa diventano personaggi da celebrare o demonizzare, mentre vittime e indagati vengono ridotti ai ruoli di una trama. Il pubblico si schiera prima di conoscere gli atti, la familiarità di un volto viene scambiata per autorevolezza e persino il dubbio deve fare spettacolo per essere ascoltato. È una pressione che impoverisce il nostro modo di giudicare: ci abitua a cercare conferme per la parte che abbiamo scelto.

La pena trent’anni dopo e la vita che non può essere restituita

Poi c’è la pena. Il tempo non cancella il diritto delle vittime alla giustizia, né la finalità rieducativa prevista dalla Costituzione; impone, però, di interrogarsi sulla persona che esiste oggi, trent’anni dopo il fatto. Quale reinserimento può costruire uno Stato arrivato così tardi? E quando la revisione porta all’assoluzione, come per Beniamino Zuncheddu dopo trentatré anni di carcere, la domanda si rovescia: che cosa aveva da rieducare lo Stato in un uomo che doveva assolvere? Restituirgli la libertà lascia intatto il problema della vita sottratta.

Anche lo Stato deve saper mettere in discussione se stesso

Riaprire un caso è una garanzia. La fiducia si ricostruisce anche spiegando le cause degli errori e impedendo che si ripetano. Lo Stato che pretende di rieducare deve saper mettere in discussione anche se stesso. E una società che vuole giustizia deve rinunciare al piacere di avere ogni sera un mostro a disposizione.

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