Il volto è segnato, la voce spesso si spezza. Ma il racconto è lucido, dettagliato, impossibile da ignorare.
Ospite di Verissimo su Canale 5, Paolo Campolo ha raccontato l’inferno della notte di Capodanno a Crans-Montana.
La chiamata alle 1.20 e la corsa contro il tempo
La tragedia irrompe nella notte. La figlia della sua compagna chiama piangendo: “C’è stato un boato, il locale è in fiamme, ci sono feriti”. Campolo non esita.
“Siamo partiti immediatamente. Ho corso. Con me tutta la famiglia”.
Un dettaglio pesa più di ogni altro: Campolo aveva insistito per settimane affinché sua figlia frequentasse quel locale. Lei si era sempre rifiutata. “Dentro – dirà – avrebbe potuto esserci mia figlia”.
Dentro il locale: fumo, urla e corpi a terra
Quando arriva davanti al bar, il fuoco non è più visibile, ma il pericolo è ovunque.
“Il fumo era spessissimo, irrespirabile. Bastavano pochi metri per perdere l’orientamento”. Dall’ingresso principale, Campolo e altri uomini afferrano le persone e le trascinano fuori.
“Le tiravamo per le braccia, per i vestiti. Alcune erano a terra, le abbiamo perfino calpestate senza vederle”. In quei primi minuti vengono salvate almeno 20 persone. Tutte vive, molte già gravemente intossicate.
La porta nascosta e l’intuizione decisiva
Quando l’aria diventa irrespirabile, Campolo ricorda di esserci stato vent’anni prima, quando il locale era una discoteca-bar. Sa che dietro c’è un corridoio, forse un’uscita. Trova una porta vetrata di servizio, bloccata. “Dietro si muovevano delle ombre. Ho capito subito che andava aperta”. Con l’aiuto di un uomo mai identificato, Campolo riesce a forzare l’accesso. Da lì vengono estratte una decina di persone, soprattutto ragazze molto giovani.
La barista Sian: “Era viva, le ho parlato”
Tra i corpi trascinati fuori c’è anche Sian, la barista del locale.
“Era viva, respirava a fatica, ma mi rispondeva. Le ho parlato”. Sarà uno dei momenti più dolorosi del racconto: Sian morirà in seguito.
“Quell’immagine – dice – non mi lascerà mai”.
Soccorsi insufficienti e mancanza di ossigeno
La situazione fuori dal locale è drammatica.
“Non c’erano maschere, bombole, coperte. Mancava tutto”. Campolo, già intossicato, corre verso un camion dei pompieri per cercare ossigeno anche per i feriti.
“Ho preso una bombola, me l’hanno strappata dalle mani. Era il caos”. I pompieri volontari, sottolinea più volte, “non erano preparati a una catastrofe di questa portata”. “Ma sono stati eroi. Gente straordinaria”.
I feriti al freddo e la banca aperta come rifugio
Fuori la temperatura è rigida. I ragazzi tremano, ustionati e asfissiati.
Si corre nei locali vicini per recuperare coperte. Poi, dopo ore, viene aperta una banca, trasformata in rifugio di emergenza. I feriti sono in shock metabolico:
disidratati, ipotermici, con livelli di ossigeno bassissimi.
Una bombola ogni quattro o cinque ragazzi.
I figli, la Protezione Civile e il trauma condiviso
Con Campolo ci sono anche i suoi figli. Gianni, 19 anni, membro della Protezione Civile svizzera, viene inizialmente respinto perché scambiato per un cliente. Poi viene fatto entrare: “È stato di grandissimo aiuto”. Clara ed Evan restano nel piazzale, accanto ai feriti, parlano con loro per tenerli svegli, per non farli cedere.
L’odore che non va via e una città che non è più la stessa
Campolo è tornato davanti al locale, volontariamente.
“L’odore di bruciato è la cosa peggiore. Lo senti anche da lontano”. Crans-Montana oggi è “buia”. “Non è più la stessa. Ci vorrà tempo. Ma la verità verrà fuori”.
L’appello finale: “Non lasciate sole queste famiglie”
Il messaggio conclusivo è un grido:
“Italiani, svizzeri, francesi: sostenete queste famiglie non solo adesso, ma anche domani. La lotta comincia ora”. Campolo riceverà un’onorificenza.
“La accetterò in nome di chi è morto e di chi sta lottando”.










