A Soriano Calabro il tempo non ha mai davvero cancellato quella sera. Quattordici anni dopo l’omicidio di Filippo Ceravolo, la sua famiglia vive ancora sospesa tra dolore e memoria. Un’attesa lunga, fatta di lacrime quotidiane e di una verità che sembrava non arrivare mai. “Oggi vengo a trovare mio figlio con il cuore più sereno”, dice Martino Ceravolo, fermo davanti al cimitero, mentre il cielo resta carico di nuvole.
La svolta: i nomi dei presunti assassini
Da ieri qualcosa è cambiato. Dopo anni di indagini, la famiglia conosce i nomi dei presunti responsabili dell’omicidio. “Abbiamo tirato un sospiro di sollievo perché sappiamo chi ha ucciso nostro figlio, barbaramente e da innocente”.Una frase che segna un passaggio decisivo. Ma non è una liberazione piena. È solo l’inizio di una nuova fase, quella giudiziaria, ancora tutta da scrivere.
“Il nostro dolore è un ergastolo”
La verità, per quanto attesa, non cancella la sofferenza. Le parole del padre sono nette, senza retorica. “In tutto questo tempo non ho smesso mai di piangere. Notte e giorno, insieme a mia moglie e ai miei figli, abbiamo cercato la forza di andare avanti”. Poi la consapevolezza più dura:“Il nostro dolore ci condanna all’ergastolo. Non finirà mai”.
Il ritorno alla tomba: una promessa mantenuta
Davanti alla tomba, Martino non riesce a trattenersi. Si avvicina, bacia la foto del figlio, la accarezza lentamente. “Filippo mio, te lo avevo promesso. Sappiamo chi ti ha privato della vita. Ti voglio bene”. Un gesto semplice che racchiude quattordici anni di dolore e una promessa mantenuta solo in parte.
Una comunità che non ha dimenticato
Soriano Calabro resta sotto un cielo plumbeo, come sospeso. La comunità ha seguito ogni passo di questa lunga attesa, condividendo il dolore della famiglia Ceravolo. Oggi si apre un nuovo capitolo: quello della giustizia. Ma una cosa resta immutata, e la racconta meglio di tutto la voce di un padre: la verità può arrivare, ma il dolore no.




