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15 Aprile 2026
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L’omicidio Ceravolo ricostruito dalla Dda: i colpi di clacson, gli errori dei killer e la caccia (aperta) ai mandanti

Spari da più postazioni, un segnale convenuto e un piano studiato nei dettagli: la Dda ricostruisce l’agguato costato la vita a Filippo Ceravolo, colpito per errore. Decisivi intercettazioni, video e collaboratori di giustizia

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Era una sera di fine ottobre, fredda e buia come spesso accade nelle Preserre vibonesi quando l’autunno stringe la montagna. Filippo Ceravolo non aveva motivo di temere nulla. Stava semplicemente tornando a casa. Insieme a Domenico Tassone, aveva trascorso la serata a Pizzoni a trovare le rispettive fidanzate. Verso le 21:45 i due risalirono sulla Fiat Punto e imboccarono la strada che a Soriano Calabro. Non arrivarono mai.

All’altezza della località Calvario di Pizzoni, nella curva a tornante immersa nell’oscurità totale tre colpi di fucile calibro 12 fermarono la loro corsa. I bossoli marca “Clever Mirage” ritrovati sulla scena racconteranno in seguito di un agguato preparato, studiato, eseguito da postazioni multiple: una nella vegetazione sul lato opposto della carreggiata, un’altra a circa cinquanta metri dal punto di fuoco principale. Una trappola militare, non un regolamento di conti improvvisato.

La Fiat Punto, colpita in tre distinti punti, finì fuori carreggiata in un dirupo con i fari accesi e le frecce di emergenza lampeggianti, i vetri in frantumi, pozze di sangue nell’abitacolo. Domenico Tassone riuscì ad uscire dall’auto e chiamare il 118. Filippo Ceravolo era riverso sul sedile con diverse ferite da arma da fuoco. Morì alle 23:45 all’ospedale di Vibo Valentia. Tassone se la cavò con una lieve ferita lacero-contusa alla mano destra, giudicata guaribile in un giorno.

Un segnale di clacson, poi i colpi

Nell’immediatezza dei fatti, i carabinieri della Stazione di Vazzano, competenti per territorio, raggiunsero il luogo dell’agguato dopo aver incrociato lungo la Provinciale 60 l’ambulanza del 118 che si allontanava verso Vibo. Il sopralluogo del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Vibo Valentia documentò la scena con precisione: frammenti di vetro sull’asfalto, il solco anomalo nella vegetazione che tradiva l’uscita dei killer dal nascondiglio, la traccia di pneumatico sull’asfalto a circa trenta metri dalla scena, larga sedici centimetri e lunga quattordici metri.

Ma fu una fonte confidenziale a fornire agli inquirenti il dettaglio che cambia la lettura dell’intera dinamica. La fonte riferì di aver visto, intorno alle 22:00 di quella sera, transitare una Fiat Punto grigia diretta da Pizzoni verso Soriano Calabro. Subito dopo, dalla zona dei garage comunali di Pizzoni, aveva udito tre prolungati colpi di clacson provenienti da un veicolo lì parcheggiato. Pochi istanti dopo, gli spari. La conclusione era ovvia: i tre squilli erano il segnale convenuto, il via libera agli uomini appostati nella vegetazione per far fuoco sul bersaglio in arrivo. Una coreografia criminale che implica coordinamento, comunicazione, ruoli distinti.

La telecamera di videosorveglianza installata nei pressi del luogo del fatto immortalò una Fiat Punto grigia transitare nell’area, corroborando le dichiarazioni di alcuni testimoni che avevano anche loro sentito i tre colpi di clacson seguiti quasi contestualmente dagli spari. Quelle immagini diventeranno uno degli elementi più pesanti dell’intero impianto indiziario.

Il bersaglio era un altro: la logica della faida

L’ordinanza del gip del Tribunale di Catanzaro è esplicita e non lascia margini interpretativi: Filippo Ceravolo non era il bersaglio. Era sul posto per caso, per via di quella fidanzata che abitava a Pizzoni, per abitudine di frequentare quei luoghi insieme a Tassone. L’obiettivo dell’agguato era invece Domenico Tassone, identificato dai gruppi criminali rivali come componente del gruppo di fuoco degli Emanuele, la cosca che da anni si contendeva con i Loielo il controllo delle estorsioni, del narcotraffico e del territorio delle Preserre vibonesi.

La prova più eloquente di questa lettura è contenuta nelle intercettazioni e nelle testimonianze raccolte nel corso delle indagini. La parola “innocente” — utilizzata con costanza e unanimità da tutti i soggetti, direttamente e indirettamente coinvolti nella vicenda, per riferirsi a Ceravolo — diventa, nell’analisi del gip, un indicatore rivelatore. Persino all’interno del clan che aveva ordinato e materialmente eseguito l’agguato, si era consapevoli di aver ucciso qualcuno che non c’entrava nulla. La moglie di Franco Idà — sorella di Bruno e Gaetano Emanuele, due dei principali esponenti della cosca rivale — al momento in cui il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato si recò da lei a Gerocarne per cercare Tassone e Giovanni Emmanuele, scoppiò a piangere, maledicendo chi aveva commesso “un grande peccato ad uccidere un innocente”.

Anche lo stesso Tassone, intercettato in una conversazione con la fidanzata, pur senza fare nomi, segnalò ai carabinieri di aver riferito di una Fiat Punto vista transitare dai testimoni prima dell’agguato, invitando gli investigatori a controllare “le telecamere a Pizzoni, lì sotto”. Era consapevole di essere stato il vero obiettivo.

I collaboratori di giustizia: il programma criminale dei Loielo

La ricostruzione giudiziaria si regge su un pilastro dichiarativo di notevole solidità, costituito dalle convergenti deposizioni di quattro collaboratori di giustizia che, da posizioni diverse e in contesti processuali distinti, hanno fornito elementi tra loro compatibili e reciprocamente riscontrantisi.

Il primo a fare il nome di Tassone come obiettivo designato è Nicola Figliuzzi, collaboratore pienamente inserito nelle dinamiche interne al gruppo di fuoco dei Loielo, di cui era parte attiva. Figliuzzi ha dichiarato che Rinaldo Loielo, nel corso di più incontri, gli aveva illustrato l’elenco dei soggetti da eliminare per riprendere il controllo delle estorsioni e del territorio: i fratelli Emanuele Bruno e Gaetano, il loro cognato Franco Idà, Tonino Zupo, Tonino Guarino, Zannino. E, una volta eliminati questi ultimi, i due che per loro conto “sparavano”: Domenico Tassone e Giovanni Emmanuele. Il programma criminale era organico, gerarchico, pianificato nel tempo.

Il collaboratore Raffaele Moscato ha invece contribuito a identificare la firma del clan sull’omicidio Ceravolo. Con assoluta certezza, nel verbale del 17 marzo 2015, ha dichiarato: “Ceravolo sono stati il gruppo dei Loielo, non possono essere stati gli Emanuele perché volevano a Tassone”. La motivazione è stringente: il bersaglio era un uomo del gruppo rivale, e i Loielo erano gli unici con un interesse concreto a eliminarlo. Moscato ha anche raccontato di essere stato inviato a Gerocarne da Rosario Battaglia — nonostante l’obbligo di non entrare nel territorio di Vibo — proprio per rintracciare Tassone dopo l’agguato e verificare le sue condizioni, confermando che il clan Loielo monitorava attivamente l’esito della propria azione.

Bartolomeo Arena ha fornito l’elemento nominativo più diretto: ha dichiarato di aver appreso da Domenico Zannino — esponente di spicco del clan Emanuele, fonte qualificata perché parte della cosca colpita — che “Alex Nesci e Pasquale De Masi sarebbero coloro che hanno attentato alla vita di Domenico Tassone, dove rimase ucciso un innocente che si chiamava Filippo Ceravolo”. I nomi degli esecutori materiali entrano così negli atti giudiziari per la prima volta.

Walter Loielo, fratello minore di Rinaldo, ha completato il quadro con un ragionamento deduttivo che il gip ritiene logicamente impeccabile. Ha confermato che l’eliminazione di Tassone era obiettivo del clan. Ha escluso che a sparare fossero stati Rinaldo e Valerio Loielo, perché “temevano lo stub” — il test per la ricerca di residui da sparo —; ha escluso il fratello Cristian, perché “se avesse sparato lui me lo avrebbe detto”. Fa cinque nomi e ricorda un distinto tentativo di omicidio ai danni di Tassone, andato fallito perché la vittima non era transitata sul luogo dell’appostamento, descrivendone una dinamica speculare a quella dell’agguato di Pizzoni, con la stessa Fiat Punto grigia in uso a Bruno Lazzaro.

La Fiat Punto grigia e il controllo di polizia

Se le dichiarazioni dei collaboratori forniscono la cornice criminale e i nomi, sono gli elementi fattuali e oggettivi a inchiodare Bruno Lazzaro e Nicola Ciconte alla scena del crimine con una precisione che il Gip definisce conclusiva. La sera stessa dell’omicidio, Lazzaro e Ciconte furono fermati a bordo di una Fiat Punto grigia — con le stesse caratteristiche di quella ripresa dalla telecamera di sorveglianza, incluso il montante tra gli sportelli anteriore e posteriore di colore nero, dettaglio che contraddistingueva un modello meno diffuso — nel tratto Vallelonga-Vazzano, geograficamente contiguo al luogo dell’agguato e alla zona dove si trovava Tassone. Durante il controllo manifestarono uno stato di agitazione anomala, nonostante la perquisizione del veicolo desse esito negativo. Dissero ai carabinieri di provenire da Serra San Bruno per motivi di lavoro e di dirigersi verso casa percorrendo la Provinciale 53, a loro dire più comoda della strada “dei carbonai”.

I tabulati telefonici smentirono questa versione su più fronti. Dopo il controllo, i due non rientrarono alle rispettive abitazioni: rimasero insieme a lungo e si diressero a Vazzano, esattamente dove si trovava Tassone. I tabulati documentarono inoltre singolari analogie negli spostamenti di Lazzaro e Ciconte rispetto a quelli di Tassone nel corso dell’intera giornata del 25 ottobre 2012, compatibili con un’attività di monitoraggio degli spostamenti del bersaglio. Quanto al percorso dichiarato come “più comodo”, gli inquirenti rilevarono l’esistenza di un ulteriore e preferibile tragitto — la statale 182 da Serra San Bruno verso Sorianello — che rendeva illogica la strada indicata dai due fermati.

Due anni dopo, convocati nuovamente dagli inquirenti, Lazzaro e Ciconte fornirono una versione concordata e diversa da quella originaria: si trovavano a Vallelonga per parlare con un dj riguardo a una festa. La concordanza della nuova versione fu tradita dal contenuto di un SMS che Lazzaro inviò a Ciconte subito dopo essere stato sentito dai carabinieri: “Dj per pagare festa”. Un messaggio in chiaro, inviato – secondo l’accusa – per allineare le versioni, che fotografa il tentativo di costruire un alibi postumo.

La saletta dei carabinieri: un’intercettazione che vale da sola

Il 25 novembre 2014, convocati per riferire sugli omicidi avvenuti nelle Serre vibonesi tra il 2012 e il 2013, si ritrovarono nella sala d’attesa della caserma dei carabinieri. Ignari delle microspie ambientali attive, si abbandonarono a uno scambio di informazioni che il gip definisce tra le prove più eloquenti dell’intero procedimento.

Ciconte e Lazzaro cercarono di comunicare senza parlare: verificata l’impossibilità di scambiarsi messaggi di testo perché Ciconte non aveva il telefono con sé, e accertata l’assenza di una penna con cui scrivere, ricorsero all’escamotage di comporre il testo sul display del cellulare e mostrarlo direttamente all’interlocutore. In questo modo concordarono la versione da fornire agli inquirenti: spostamenti, percorsi, motivi della presenza a Vallelonga quel giorno.

Le parole captate sono quelle di chi sa di essere in pericolo e cerca di “farla franca”. Lazzaro pronunciò frasi di panico concitato: “No, no, non parlo, non dico manco una parola, adesso butto telefoni, butto tutto! Non dico nemmeno una parola, mi vendo anche la macchina“. Ciconte lo redarguiva invitandolo a “stare buono” e a “non parlare”. In un passaggio, Lazzaro fece riferimento esplicito alla telecamera — “ha detto hanno trovato quella…camera però” (seguito da una bestemmia) — rivelando la consapevolezza che le immagini riprese prima dell’agguato potessero inchiodarlo.

Il gip è netto nell’interpretazione: quel comportamento “postula a monte l’avvertita necessità di adoperarsi per farla franca» e «rinviene quale unica spiegazione logica la consapevolezza di poter essere in qualche modo ricollegati al fatto omicidiario“.

Le domande di Lazzaro al carabiniere

C’è un episodio ulteriore, apparentemente minore, che il gip inserisce nel ragionamento indiziario come elemento di chiusura. Il 29 novembre 2012, circa un mese dopo l’omicidio, militari del Comando Provinciale eseguivano un controllo al fratello, agli arresti domiciliari a Gerocarne. Bruno Lazzaro sopraggiunse in quella circostanza, mostrando al fratello un giornale con la notizia di alcuni arresti nelle Serre vibonesi.

Nel corso della conversazione, Bruno Lazzaro cominciò a fare ai carabinieri presenti domande molto precise: qual era la pena per chi, pur non partecipando direttamente a un omicidio, aveva collaborato “anche solo facendo lo squillo” agli autori materiali? Poi il discorso scivolò sul ruolo dei collaboratori di giustizia e sul valore probatorio delle loro dichiarazioni. Il fratello intervenne a sua volta, sottolineando la necessità di riscontri, citando ad esempio “una telecamera che dimostrava il passaggio nei pressi del luogo del delitto”.

Il gip non lascia dubbi sull’interpretazione: le domande di Bruno Lazzaro “afferiscono al fatto criminoso in disamina, del quale vengono pedissequamente ricalcate le modalità operative“, e in particolare al tipo di contributo che a lui stesso viene ascritto nell’impianto accusatorio — quello di chi ha suonato il clacson per dare il segnale agli esecutori. Un interesse a conoscere le conseguenze penali di quella condotta che “rivela altresì preoccupazione“, acuita dalla notizia degli arresti di Cristian Loielo e Nicola Figliuzzi, i quali avrebbero potuto incriminarlo.

La conversazione tra vicini: “Li ha accompagnati Bruno Lazzaro”

A suggellare il quadro indiziario, il Gip richiama una conversazione captata tra i vicini di casa, soggetti immersi nel contesto criminale di riferimento ma intercettati in un momento di totale spontaneità, ignari di essere ascoltati. Nel dialogo emergono due dettagli precisi: il ruolo di autista di Bruno Lazzaro , indicato come “quello che ha accompagnato il Nesci e altri sul posto”, e la presenza della telecamera che aveva ripreso la sua autovettura. “La telecamera di Nuzza che vendono elettrodomestici ha preso la macchina di Bruno Lazzaro che ha accompagnato alcuni” — “non hanno visto a chi usciva da lì dentro ma lui li ha accompagnati là”. Quelle parole, pronunciate in assoluta libertà tra persone che conoscono i fatti, riscontrano puntualmente le dichiarazioni del collaboratore Arena su Nesci e Lazzaro, e quelle di Walter Loielo sull’identità degli esecutori materiali.

L’aberratio ictus e la qualificazione giuridica

Sul piano strettamente giuridico, il gip inquadra l’omicidio di Ceravolo nell’istituto dell’aberratio ictus: quando, per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione o per altra causa, l’offesa ricade su una persona diversa da quella voluta, il colpevole risponde come se avesse commesso il reato in danno della persona che intendeva colpire. Il concorso tra delitto consumato — la morte di Ceravolo — e delitto tentato — il mancato omicidio di Tassone — è pacifico nella giurisprudenza, e il gip lo conferma senza esitazioni.

Le aggravanti contestate reggono all’esame giuridico. La premeditazione è documentata dalla predisposizione delle postazioni di fuoco, dal coordinamento tra più soggetti, dal sistema di segnalazione con il clacson. L’aggravante mafiosa di cui è connaturata all’intero contesto: i delitti si inseriscono in una faida tra ‘ndrine che da anni si contende il controllo criminale del territorio delle Preserre vibonesi. Entrambe le aggravanti, precisa il giudice, sono pertanto pienamente applicabili anche all’omicidio di una vittima diversa da quella originariamente designata.

Gli esecutori materiali: il profilo indiziario di Nesci

Secondo quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. A sparare sarebbe stato Alessandro Giovanni Nesci, classe 1990. L’arma utilizzata era un fucile da caccia a canna lunga a carica multipla: un errore nell’uso del mezzo di esecuzione trasformò l’agguato in una tragedia collaterale. Giovanni Alessandro Nesci, detto “Alex”, è il nome che ricorre con maggiore frequenza e precisione nelle dichiarazioni dei collaboratori. È lui il soggetto che il collaboratore Nicola Figliuzzi menziona tra i presenti agli incontri in cui Rinaldo Loielo illustrava l’elenco dei bersagli da eliminare: “In alcune circostanze era altresì presente Nesci Giovanni che loro chiamavano Alex e che ha uno scorpione tatuato sul braccio”. Il dettaglio fisico — il tatuaggio — non è un orpello narrativo: è un elemento di identificazione precisa, che radica il personaggio nella realtà e non nella ricostruzione astratta. Figliuzzi lo colloca dunque stabilmente nel cerchio ristretto di chi conosceva i piani omicidiari e vi partecipava attivamente.

È però Bartolomeo Arena a indicare Nesci con la maggiore nettezza come esecutore materiale dell’agguato di Pizzoni, attribuendo la notizia a Domenico Zannino, esponente di spicco del clan Emanuele — la cosca che aveva perso un uomo in quell’agguato e che aveva tutto l’interesse a identificare i responsabili. La fonte, dunque, è qualificata per posizione e per interesse: Zannino non stava riferendo voci di corridoio, ma il risultato delle proprie indagini informali sui killer che avevano colpito nel suo territorio. Secondo Arena, Nesci insieme a Pasquale De Masi, 42 anni di Sorianello (indagato a piede libero) “hanno cercato di uccidere Domenico Tassone, esplodendo dei colpi d’arma da fuoco, senza riuscirci”.

Walter Loielo conferma questa lettura attraverso il ragionamento per esclusione già illustrato, che individua in Nesci uno dei residui membri del clan cui l’azione può essere ascritta, e aggiunge un dettaglio operativo di rilievo: ricorda con precisione un distinto tentativo di omicidio ai danni di Tassone, precedente o successivo all’agguato di Pizzoni — il collaboratore non è certo sulla sequenza temporale — nel quale Cristian Loielo, Alex Nesci e Bruno Lazzaro erano usciti insieme dalla casa di Walter ad Ariola a bordo della Fiat Punto grigia di Lazzaro, avendo preventivamente lasciato i cellulari in casa per non essere localizzati. Quella volta Tassone non era transitato sul luogo dell’appostamento, o Nesci aveva avuto “fretta di andarsene”: l’omicidio non fu commesso. Rinaldo Loielo, apprende Walter, si era infuriato con Nesci proprio per questo. L’episodio fotografa non solo la reiterazione del proposito omicidiario verso Tassone, ma anche il metodo operativo — stessa auto, stessa tecnica di depistaggio dei cellulari — che si ripete identico nell’agguato del 25 ottobre 2012.

Il quadro indiziario su Nesci si chiude con la conversazione captata nella saletta della caserma, nella quale i presenti — ignari delle microspie — si adoperano freneticamente per concordare una versione da fornire agli inquirenti. Nesci è presente, partecipa allo scambio di informazioni, è parte attiva del tentativo di depistaggio. La sua presenza fisica in quel contesto, unita alla sua agitazione, costituisce per il gip un elemento di chiusura del ragionamento indiziario: chi non ha nulla da nascondere non ha bisogno di concordare la propria versione scrivendola sul display di un cellulare per non essere ascoltato.

Le posizioni escluse: la cautela del gip

Il provvedimento del Gip non è una firma in bianco sull’impianto accusatorio della Procura. Su Rinaldo Loielo, il capo del clan, il giudice è netto: “per quanto sia altamente verosimile che i predetti non abbiano agito in autonomia, ma sotto la consueta regia di Loielo Rinaldo, deve evidenziarsi l’assenza di elementi indiziari gravi, univoci e concordanti a suo carico”. La verosimiglianza non è gravità indiziaria. Per la misura cautelare la distinzione è decisiva.

Analogamente, la posizione di Pasquale De Masi non supera la soglia richiesta: la chiamata in correità di Arena rimane priva di riscontri univoci, e il contributo dichiarativo di Walter Loielo — per quanto prezioso — difetta di precisione quanto alla sua posizione specifica. Il provvedimento, nella sua architettura complessiva, porta a tre i soggetti per i quali la gravità indiziaria risulta integrata per l’omicidio di Filippo Ceravolo e il contestuale tentato omicidio di Domenico Tassone: Giovanni Alessandro Nesci, Nicola Ciconte e Bruno Lazzaro. L’indagine resta aperta perché adesso la Dda di Catanzaro punta a chiudere il cerchio anche sui mandanti e sugli altri eventuali complici.

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