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31 Maggio 2026
31 Maggio 2026
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Troppe minacce e Stato latitante, il grido social del testimone di giustizia Caminiti: “Chiudo e mi trasferisco all’estero”

Ha fatto arrestare boss della 'ndrangheta, ha subito tentati omicidi, ha avuto la scorta. Oggi è abbandonato, minacciato, sfiduciato. La sua storia è il ritratto di un’Italia che tradisce chi ha avuto coraggio

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“Voglio chiudere l’attività e trasferirmi all’estero. Sono troppe le richieste estorsive, le minacce di morte ed altro. Minacce e violenze rendono impossibile continuare a tenere aperta l’attività, ma lo Stato e le Istituzioni non fanno nulla… Sì, colpa dello Stato e di chi è chiamato a rappresentarlo… Bisogna avere tanta forza e coraggio per poter andare avanti, ma andare via, a testa alta, è dignità.” Il post, durissimo, compare sul profilo Facebook di Franco Gaetano Caminiti, imprenditore reggino e testimone di giustizia, pochi giorni dopo l’ultima minaccia. Non è uno sfogo qualsiasi. È l’ultimo grido d’allarme di un uomo che ha avuto il coraggio di denunciare la ‘ndrangheta, ha fatto arrestare nomi pesanti e per questo ha pagato — e continua a pagare — un prezzo altissimo.

Un’altra busta, un altro messaggio di morte

È il 28 aprile 2025. Una busta anonima viene recapitata, come tante altre, dentro il negozio di Pellaro, nella periferia sud di Reggio Calabria, dove Caminiti lavora con la figlia. Apre una dipendente. Dentro, una frase scritta in stampatello con un pennarello nero:
“Morto parlanti che camina apri l’occhio si mortu”, accompagnata da quattro croci.

Una minaccia inequivocabile. Un messaggio mafioso che non lascia spazio a interpretazioni: chi parla, chi denuncia, chi rompe il silenzio muore. La denuncia viene presentata il giorno dopo. La busta, priva di mittente, è ora sotto sequestro. Ma Caminiti non ha dubbi: “Secondo me sono sempre gli stessi che ho fatto arrestare anni fa. Ma è solo un mio pensiero.”

Una lunga scia di sangue e intimidazioni

Franco Gaetano Caminiti non è un imprenditore qualunque. È uno di quei calabresi rari che non hanno abbassato la testa. Nel 2011 ha subito un tentato omicidio. Nel 2016 un altro attentato. Ha vissuto anni con la scorta, vigilanza fissa fuori casa e un’esistenza sotto controllo. Poi, il paradosso: nel 2017 lo Stato revoca tutto. Nessun rischio concreto, scrivono. Fine delle misure di protezione. Da allora è solo. Nonostante le lettere con proiettili, le minacce di sgozzamento, i messaggi come quello di dicembre scorso:
“Ti diamo in pasto ai maiali”, accompagnato da un proiettile calibro 7.65. Tutto denunciato, documentato, ignorato.

Lettere, interrogazioni e silenzi

Dopo l’ultima intimidazione, l’avvocato Aurelio Chizzoniti ha scritto a mezza Repubblica: al procuratore Melillo, al ministro Piantedosi, alla presidente dell’Antimafia Colosimo, al prefetto, al questore, ai comandanti di carabinieri e finanza. Tutti informati. Tutti messi di fronte alla loro responsabilità morale, civile e istituzionale. Ma nessuna risposta, nessuna scorta ripristinata, nessuna protezione.

Quella di Caminiti è una storia che scotta. Perché parla dello Stato che ti usa e poi ti getta via, come un testimone scomodo. Perché mette in luce il paradosso di un sistema che ti premia se taci, ma ti punisce se denunci. In una Calabria dove la parola “denuncia” equivale a una condanna, Caminiti è un simbolo. Ma è un simbolo lasciato solo.

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