Ancora un’automobile data alle fiamme nel Vibonese. L’ultimo episodio si è verificato nella notte tra domenica e lunedì nel cuore del capoluogo, dove una Fiat Panda intestata a un 31enne è stata incendiata mentre era parcheggiata in via Italo Calvino. L’allarme è scattato poco prima della mezzanotte.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e gli agenti della Questura di Vibo Valentia, che hanno avviato gli accertamenti per chiarire l’origine del rogo e verificare l’eventuale natura dolosa dell’episodio. Secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi, la vicenda potrebbe essere inserita nel filone degli atti non riconducibili direttamente al racket estorsivo, ma piuttosto legati ai rapporti personali della vittima.
Una lunga sequenza di episodi intimidatori
L’incendio arriva però dentro un contesto sempre più teso. Negli ultimi mesi, tra Vibo Valentia, Jonadi, San Gregorio d’Ippona, Vena di Ionadi e Arena, si è registrata una successione di intimidazioni che ha acceso l’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura.
Gli episodi appaiono differenti tra loro per modalità e obiettivi, ma presentano un comune denominatore: l’uso della violenza come strumento di pressione e controllo del territorio. Auto incendiate, colpi di pistola, bottiglie molotov, aggressioni e messaggi intimidatori hanno colpito imprenditori, attività commerciali, amministratori pubblici e cantieri.
Gli investigatori stanno cercando di distinguere ciò che potrebbe appartenere a dinamiche di criminalità organizzata da quanto, invece, potrebbe essere riconducibile ad azioni isolate o a conflitti personali degenerati. Sullo sfondo, secondo ambienti investigativi, vengono valutati anche eventuali collegamenti con alcune recenti scarcerazioni avvenute nell’area.
Dai colpi di pistola ai pizzini: la mappa della tensione
La sequenza degli episodi si sviluppa ormai dall’inizio dell’anno. Tra i primi fatti finiti sotto la lente degli inquirenti ci sono i cinque colpi d’arma da fuoco esplosi contro l’auto di Antonio Iannello, presidente del Consiglio comunale di Vibo Valentia. L’episodio risale al 21 dicembre scorso ed era avvenuto nella frazione di Triparni.
Successivamente, ignoti hanno colpito il cantiere della nuova mensa scolastica della scuola Buccarelli con un attentato incendiario. Poco dopo, una bottiglia incendiaria è stata lasciata davanti a una macelleria.
A Vena di Ionadi, invece, sono state distrutte dalle fiamme tre automobili, mentre a Vibo sono comparsi i primi pizzini intimidatori indirizzati a un imprenditore e successivamente ad alcuni centri scommesse della zona.
Con l’arrivo della primavera la tensione non si è fermata. A marzo, un’altra bottiglia incendiaria è stata rinvenuta nel cantiere del nuovo asilo comunale di Jonadi.
Aprile e maggio, il salto di livello
Secondo gli investigatori, il mese di aprile avrebbe segnato un aggravamento del clima criminale nel territorio. Alla stazione ferroviaria di Vibo-Pizzo è stato aggredito il dirigente comunale Andrea Nocita, mentre pochi giorni dopo un commando armato ha preso di mira cinque aziende situate nell’area industriale compresa tra Vibo e Jonadi.
Nelle prime settimane di maggio, poi, una molotov è stata ritrovata in un cantiere ad Arena. A seguire, una minaccia è comparsa sotto la porta dell’assessore comunale Marco Talarico.
Pochi giorni più tardi, a San Gregorio d’Ippona, sono stati esplosi diciannove colpi di pistola contro l’auto di un parrucchiere e altri dieci contro quella di un maître della zona.
Diversa, secondo gli investigatori, la matrice della sparatoria avvenuta a Sant’Onofrio, culminata con il ferimento alle gambe di un 21enne.
Le indagini tra racket e “cani sciolti”
Gli inquirenti stanno ora cercando di ricomporre il mosaico di episodi che, pur non essendo necessariamente collegati tra loro, delineano un quadro di crescente instabilità nel territorio vibonese.
L’ipotesi investigativa principale resta quella di una doppia direttrice: da una parte le intimidazioni legate a logiche estorsive e agli interessi della criminalità organizzata, dall’altra azioni compiute da soggetti autonomi, mossi da rancori personali o da dinamiche locali non direttamente riconducibili alle cosche.
Per questo motivo le indagini procedono su più fronti, con l’obiettivo di verificare eventuali collegamenti tra gli episodi senza sovrapporre automaticamente vicende che, allo stato attuale, restano formalmente distinte.







