Non è obbligatorio scrivere un commento alla serata Rai 1 nella notte di San Silvestro. Chi lo fa – e sono tanti – rivolge soprattutto il suo sguardo ai “catananni” (tipo Orietta Berti) che sono saliti sul palco a muovere la bocca risvegliando gli istinti nazional-popolari che albergano in ciascuno di noi.
Noi e la puzza sotto il naso
Noi (licenza per il plurale maiestatis) che non abbiamo la puzza sotto il naso, tentiamo di scremare tali istinti prestando attenzione a due cose.
Una interna alla città e una esterna. Il fattore interno racconta che da Catanzaro è stato rappresentato il fatto che la città si trovi sul mare. Fattore non affatto scontato. E questo per gli autoctoni basta e avanza.
Lo sguardo esterno: tecnica e antropologia
L’aspetto esterno narra, a sua volta, altre due cose: l’apprezzamento del lato tecnico (la scenografia con i suoi colori e i suoi ritmi), e il fatto antropologico. Che era ed è l’esatto punto di osservazione. Ossia, le facce delle persone che sono accorse, sfidando il freddo e i conseguenti disagi, per partecipare all’evento. Alle corte: quelle facce e non già le canzoni sono state il fattore attrattivo.
Il volto umano come paesaggio
Rubiamo una frase del regista danese Carl Theodor Dreyer per meglio farci intendere: «Niente al mondo può essere paragonato al volto umano. È una terra che non ci si stanca mai di esplorare. Non c’è esperienza più grande in uno studio di quella di testimoniare l’espressione di un volto sensibile al misterioso potere dell’ispirazione, per vederla animarsi da dentro e poterla trasformare in poesia».









